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mercoledì 19 giugno 2013

pensieri sparsi

(di un amico ormai troppo lontano)


 
ti ho aspettato.....

non possiamo andare avanti, ma non possiamo nemmeno tornare indietro, la triste realtà che ci accade.

Certe sensazioni sono come la sabbia in riva al mare, che le onde, ogni volta che le ricoprono, le appiattiscono livellandole ad una nuova vita, come se non ci fossero mai state....e tu ti stupisci a provarle di nuovo, come la prima volta.
 
Io che per anni ho vagato in diligente circolo, come un pesciolino nella sua vaschetta tonda, per tempo immemorabile, ora, al cospetto dell’infinito oceano che tu mi hai donato, un solo giorno di attesa mi distrugge l’animo.
Imprigionato in questa nuova dimensione, che l’agire mi porterebbe lontano…eppure immobile ad aspettarti.


nulla ferisce di più dell'insensibilità efferata di chi ti ama e, senza nemmeno accorgersi del male che fa, ti pianta un coltello nel cuore e ti lascia tramortito a terra e poi ti guarda con occhi innocenti, a meravigliarsi del tuo dolore....

L'infinito è in un attimo, da qui a lì dentro i confini di una sensazione, quella che vorresti che non finisse mai.

Passano i giorni e poi i mesi, ma tu non passi mai, presenza invisibile eppure immanente, che aleggi a mezz'acqua tra la coscienza e i buoni propositi, che poi, tanto, sarà la realtà a dettare la sua solita regola.


viaggio, frontiera, ignoto

"Non c’è viaggio senza che si attraversino frontiere – politiche, linguistiche, sociali, culturali, psicologiche, anche quelle invisibili che separano un quartiere da un altro nella stessa città, quelle tra le persone, quelle tortuose che nei nostri inferi sbarrano la strada a noi stessi. Oltrepassare frontiere; anche amarle – in quanto definiscono una realtà, un’individualità, le danno forme, sal...vandola così dall’indistinto – ma senza idolatrarle, senza farne idoli che esigono sacrifici di sangue. Saperle flessibili, provvisorie e periture, come un corpo umano, e perciò degne di essere amate; mortali, nel senso di soggette alla morte, come i viaggiatori, non occasione e causa di morte, come lo sono state e lo sono tante volte.
Viaggiare non vuol dire soltanto andare dall’altra parte della frontiera, ma anche scoprire di essere sempre pure dall’altra parte. In Verde acqua Marisa Madieri, ripercorrendo la storia dell’esodo degli italiani da Fiume dopo la seconda guerra mondiale, nel momento della riscossa slava che li costringe ad andarsene, scopre le origini in parte anche slave della sua famiglia in quel momento vessata dagli slavi in quanto italiana, scopre cioè di appartenere anche a quel mondo da cui si sentiva minacciata, che è, almeno parzialmente, pure suo.
Quando ero bambino e andavo a passeggiare sul Carso, a Trieste, la frontiera che vedevo, vicinissima, era invalicabile – almeno sino alla rottura fra Tito e Stalin e alla normalizzazione dei rapporti fra Italia e Jugoslavia – perché era la Cortina di Ferro, che divideva il mondo in due. Dietro quella frontiera c’erano insieme l’ignoto e il noto. L’ignoto, perché là incominciava l’inaccessibile, sconosciuto, minaccioso impero di Stalin, il mondo dell’Est, così spesso ignorato, temuto e disprezzato. Il noto, perché quelle terre, annesse alla Jugoslavia alla fine della guerra, avevano fatto parte dell’Italia; ci ero stato più volte, erano un elemento della mia esistenza. Una stessa realtà era insieme misteriosa e familiare; quando ci sono tornato per la prima volta, è stato contemporaneamente un viaggio nel noto e nell’ignoto."


“Ci sono luoghi che affascinano perché sembrano radicalmente diversi e altri che incantano perché, già la prima volta, risultano familiari, quasi un luogo natio. Conoscere è spesso, platonicamente, riconoscere, l’emergere di qualcosa magari ignorato sino a quell’attimo ma accolto come proprio. Per vedere un luogo occorre rivederlo. Il noto e il familiare, continuamente riscoperti e arricchiti, sono la premessa dell’incontro, della seduzione e dell’avventura; la ventesima o centesima volta in cui si parla con un amico o si fa all’amore con una persona amata sono infinitamente più intense della prima. Ciò vale pure per i luoghi; il viaggio più affascinante è un ritorno, come l’odissea, e i luoghi del percorso consueto, i microcosmi quotidiani attraversati da tanti anni, sono una sfida ulissiaca. “Perché cavalcate per queste terre?” chiede nella famosa ballata di Rilke l’alfiere al marchese che procede al suo fianco. “Per ritornare” risponde l’altro.”

(da ”L’infinito viaggiare” di Claudio Magris, Mondadori 2005)

bel tema...l'avrei scelto!

Occhi gonfi per l’aria ed il ginocchio dolorante , niente concerto , rimandato per il vento , come fosse cosa strana avere il vento a 2400 metri , organizzazione fantasma che non si capiva bene se e come qualcuno guidasse la processione di persone e piccole luci che salivano lungo la cresta . Freddo , tanto freddo che ogni volta pensi chi me l’ha fatto fare a venire quassù , possibile che ci si dimentichi di quanto sia proibitivo starsene ad aspettare le quattro del mattino rannicchiato su quattro sassi ?
Possibile , certo . Ci si dimentica perché non ha uguali , vedere nascere il sole , dopo aver faticato per prendere le distanze dal mondo e riscoprire poi quello stesso mondo stendersi verso valle , incantevolmente illuminato e d’un tratto molto più familiare di quando sei partito . Scop...ri che la ami questa valle , anche se la mattina ti svegli stanco di doverci stare in mezzo e guardi speranzoso con il naso all’insù che qualcosa cambi .
L’alba al Vettore , meravigliosa avventura .
Ancor di più per averla condivisa con una sorella , Laura Gagliardi , con cui mi scopro ogni giorno più vicina , con mio marito , perché condividere la quotidianità fa scordare , a volte , che siamo anche persone che sognano e quanto sia bello farlo insieme , e con decine di persone sconosciute eppure simili nell’ aver voglia di salire .
M’ero promessa di tornare in montagna entro il 2013 ed è impagabile la sensazione d’essersi esaudita così .
Che passi a tutti questa energia nuova , stamattina abbiamo camminato tra il sole e la luna e mi è sembrata la migliore parabola del percorso fatto in questi anni . C’era una bellezza racchiusa , dietro le rocce , panorami splendidi , disegnati , solidi , eleganti nel loro stare ad aspettare , preziosi , protetti come il lago di Pilato con il mistero che porta dentro e la vita rara ed unica che accoglie .
La virtù dell’arrivare ad essere senza compromessi , essere per sé e , generosamente donare agli altri , quella luce soffusa che non distoglie , non abbaglia , ma guida . Estia .
Grazie d’esserti fatta incontrare .
Un abbraccio caro cerchio , vi ho portati con me .

martedì 18 giugno 2013

La stanza

...delle poche righe (Manni, 2010)





Si affrettava il passo e sembrava si spostasse,
l'unico spazio che all'uomo è concesso
tutto quel vuoto che manca all'adesso


ho seminato parole che non sanno tornare
dimmi cosa c'è tra questo nulla e me





le parole gettate
rimangono sospese
un attimo nell’aria
poi muoiono
precipitando





anniversario degli oggetti
condannati a esser densi
come noi che sorridiamo
tra le radici e le stelle
attraversando un silenzio


in quei palazzi invernali
dove ancora oggi
si raffreddano le stelle

77 reticenze

e io non posso entrare




Stabilisce prima il tuo nome
questa gente di penombra


In fondo a te c'è un pressappoco,
come un forse nelle vene
o un venerdì di nuovo


e dove si rovista per cercarsi
si accumula la carta





ma qui lo sai non ci si salva
si appare solo all'improvviso
non ci si aiuta, si segue la voce
come inquilini d'inverno


divenire è per un attimo confondersi
succubi d’inchiostro
appoggiarsi all’infrangibile.




Di stanza in stanza
così divento casa
al plurale immaginando
mattone su mattone
costruire lontananza
con la calce dell’addio.


                         


 n.b. tutte le poesie e le composizioni artistiche in questo post sono opera di:

Alessandro Assiri

lunedì 17 giugno 2013

tensegrity & longevity

“Dice un proverbio cinese: un sifu per un giorno è l’equivalente di un padre per una vita. Howard Lee è quel tipo di sifu: un maestro ed una guida verso la luce. Il suo straordinario dominio sulle manovre e sulle sfumature dell’uso dell’energia fanno di lui il più rispettato ed ammirato praticante nell’arte di trattare con l’energia. Sono fiero di essere stato uno dei suoi studenti.”  Carlos Castaneda

Nel 1975 la storia di Howard Lee aveva avuto sicuramente un momento di svolta. Abituato ad avere tra i suoi allievi un discreto numero di persone legate al mondo della cultura, e, come buon’cinese’ amante della discrezione, Howard Lee non sapeva che tra i suoi entusiasti apprendisti c’era anche l’elusivo e misterioso Carlos Castaneda. Ed avrebbe continuato a non saperlo se Castaneda non gli avesse dedicato il libro Il Fuoco dal Profondo con le eloquenti parole: “Voglio esprimere la mia ammirazione e gratitudine per il maestro Howard Y. Lee che mi ha aiutato a recuperare la mia energia e mi ha insegnato un modo alternativo per raggiungere la pienezza e il benessere.”
E’ curioso, ci confessa più tardi Howard Lee, che la gente non creda che quando Carlos Castaneda è venuto da me, e questo accadde nel 1974, io non avevo alcuna idea di chi egli fosse. Non sento questo tipo di curiosità per le persone che entrano in contatto con me. Egli soffriva di un problema di salute ed io lo aiutai a riprendersi. Poi rimase come allievo di Kung Fu per vari anni. Quando pubblicò Il Fuoco dal Profondo, venne a portarmelo lui stesso. Mi sentii un poco in imbarazzo perchè non era obbligato a farmi questo riconoscimento. Poi lessi il libro e ne rimasi impressionato. Tra noi vi erano molti punti in comune ma la sua era una tradizione molto diversa dalla mia.Quel che è certo che gli elogi di Castaneda richiamarono persone da tutto il mondo e queste, iniziarono ad esportare la sua figura in altri paesi. Ma Lee si negò: “ero totalmente preso dalla pratica della guarigione, spiega, “e non avevo ancora terminato di mettere a punto il sistema con il quale insegnare alla gente a connettersi con l’energia. Impiegai molto tempo a determinare le forme di accesso a questa conoscenza e non ero per nulla interessato alla fama né al successo.

Dice Lee: “Il sistema di guarigione che utilizzo è qualcosa di totalmente mio, non l’ho imparato da nessuno. All’improvviso mi pongo delle domande in merito alla guarigione e all’uso dell’energia e alla mia mente affiorano le risposte, in una maniera estremamente spontanea. E’ come se le ricordassi, esattamente come Mozart che ‘ricordava’ interi pezzi di musica. Cerco qualcosa e ottengo una risposta. Ad un cero punto ricordai anche il modo in cui condividere la mia conoscenza con gli altri. Così iniziai a farlo incondizionatamente. Bene, loro investono tempo e denaro, ma hanno bisogno di farlo soltanto un volta. A partire da allora sanno già come applicarlo nella loro vita quotidiana e trarre beneficio da quest’energia per curarsi, per trasformare se stessi in qualcosa di nuovo. Questo è quanto sto facendo nella realtà quotidiana e in questo senso, è davvero una novità.
La Luce della Vita è il modo in cui chiama questo suo nuovo sistema di guarigione, un sistema che, insiste, non ha appreso da nessuno ma che è scaturito dal suo silenzio interiore: “Per la maggior parte del tempo la gente pensa; ma nel mio caso, a meno che non mi occupi di qualcosa di specifico, la mia mente è vuota, come un computer spento. Ci sono persone che hanno provato diversi tipi di meditazioni, però non riescono a raggiungere il silenzio, perchè il silenzio diventa raggiungibile solo quando abbiamo sufficiente energia. A partire da questo stato di silenzio è come se accedessimo ad un’altra forma di conoscenza, a una sorta di biblioteca universale. All’età di diciannove anni ho imparato a svuotare la mia mente e da allora ho avuto accesso ad una conoscenza di tipo energetico.
Una volta per sempre - Dicono che H. Lee sia dotato di un’innata capacità di guarigione e che abbia adattato il suo allenamento e le sue abilità naturali allo scopo di trasmettere l’energia in una maniera spontanea e diretta, creando a questo scopo alcune serie di movimenti che promuovono la salute. Quando qualcuno esegue questi movimenti, sia esso un malato o un praticante, è in grado di incrementare la capacità auto-rigenerante dell’organismo, in modo da poter essere utilizzati come complementari ad altre terapie più convenzionali. “Non rinnego la terapia convenzionale, afferma, “l’unica obiezione che le faccio è che a volte non è al servizio dei pazienti come dovrebbe.
Basta partecipare a uno solo dei suoi seminari per continuare a connettersi con l’energia. Incredibilmente facile? Non è questa l’opinione di Lee: “Comprendo che può suscitare dei dubbi, ma il mio approccio con l’energia è diverso da altre formule di tipo più tradizionali. Secondo la mia opinione, al momento di maneggiare i diversi sistemi energetici ognuno di noi ha preso qualche abbaglio in termini di interpretazione, gesti o movimenti. Ma quando ci appassioniamo alla tecnica tutto il processo si riempie di elementi strani. Si tratta solo di energia! Io sono in grado di ridimensionare quest’eccesso, di creare il campo energetico necessario affinchè la gente possa connettersi con La Luce della Vita. E a partire da quel momento avervi accesso da solo, per tutta la vita. Le persone che hanno partecipato ai miei seminari possono testimoniarlo. E’ qualcosa di molto potente, qualcosa che travalica la ragione.
I benefici della tecnica sembrano non aver limiti: equilibrio, salute, creatività, rendimento, vitalità, longevità e un lunga lista di risultati personali che alcuni affermano di aver ottenuto. “Ma ci sono dei limiti", riconosce il suo creatore. “Per esempio, se qualcuno soffre di una malattia infettiva accedere al suo corpo energetico è più complicato che se fosse sano, ma quest’energia lo aiuta a ristabilire il sistema immunitario e completare la sua cura. Lo abbiamo provato con successo nei processi post-operatori, dolori cronici, problemi neurologici e respiratori, disfunzioni sessuali e disordini emozionali. È questo successo che richiama tanti professionisti ai seminari.
In lui ha funzionato davvero. Howard Lee ha smesso molto tempo fa di essere cronologicamente giovane, ma continua ad esserlo per la sua vitalità. Il suo corpo è il suo miglior testimone. “Non è necessario fare esercizi tediosi” suggerisce con aria birichina quando gli facciamo notare il suo ottimo aspetto fisico, “semplicemente ci nutriamo di quest’energia, di questa fonte di vita. Noi cinesi diciamo che una persona invecchia nella misura in cui va perdendo la connessione tra il suo corpo fisico e il suo corpo energetico, questo gli provoca una carenza di energia. Intorno ai cinquanta anni la gente inizia questo processo e il suo corpo energetico perde coesione, si espande fino a collassare. I miei allievi hanno potuto sperimentare che il contatto con quest’energia inverte tale processo: nel loro corpo qualcosa cambia. Quando escono da una sessione sembra che si siano fatti un lifting.

L’Induzione di Energia - Howard Lee descrive l’esperienza dell’Induzione come un processo immediato, l’allievo ha bisogno solo di aprirsi per accedere al campo energetico da lui creato. Ogni persona interpreta ciò che ha vissuto in modo diverso: vi sono alcuni che dicono di aver cambiato carattere o migliorato la loro salute; altri provano nuove sensazioni corporee e i più sensibili possono anche percepire fenomeni energetici.
Ma, per il maestro Lee, niente di tutto questo è importante, comprese le forme di movimenti, che sono molto semplici; sono accessori, fatti in maniera tale che, anche coloro che hanno problemi di mobilità fisica, possano beneficiare ugualmente dell’Induzione. L’energia è molto semplice, assicura Lee, che si è sforzato di trasmettere questa semplicità a tutto il suo lavoro. Non c’è bisogno di crederci. Bisogna semplicemente che l’energia ti raggiunga e avrai trovato uno strumento per migliorare la tua vita, la tua salute e la tua creatività. Con l’energia tutto è facile e istantaneo, di fatto, quello che richiede più tempo è rispondere alle domande della nostra mente razionale che esige spiegazioni senza fine.


 H. Lee serve da "fiamma pilota" per accendere il fuoco spirituale in ognuno di noi.
"Quello che in profondità faccio è fornire energia necessaria a ripulire il vostro legame con lo Spirito" Howard.


un pezzo tratto da "il fuoco dal profondo" di castaneda:
"L'importanza personale è il nostro peggior nemico. Pensaci, quello che ci indebolisce è sentirci offesi dai fatti e misfatti dei nostri simili. La nostra importanza personale chiede che noi si passi la maggior parte della nostra vita offesi da qualcuno.
 I veggenti raccomandavano che si facesse ogni possibile sforzo per sradicare l'importanza personale dalla vita dei guerrieri. lo ho seguito quella raccomandazione alla lettera e ho cercato di dimostrarti con tutti i mezzi possibili che senza importanza personale noi siamo invulnerabili."La Gorda era ritta alle mie spalle, con la mano ancora per aria. Aveva il viso arrossato dall'ira.
"Ora puoi dire quello che vuoi di me e a maggior ragione" urlò. "Però, se hai qualcosa da dire, dimmelo in faccia, figlio di puttana."
La sua uscita sembrò averla svuotata; si sedette per terra e cominciò a piangere. Don Juan era bloccato da un giubilo inesprimibile. lo ero teso dalla furia. La Gorda mi fulminò con lo sguardo e poi si girò verso Don Juan e sommessamente gli disse che non avevamo alcun diritto di criticarla.
 La Gorda e io eravamo tremendamente somiglianti. La nostra importanza personale era enorme. La mia sorpresa e la mia furia per essere stato schiaffeggiato erano del tutto eguali all'ira, e alla sfiducia della Gorda. Don Juan aveva ragione. Il peso dell'amor proprio è in verità un impaccio terribile.
Gli corsi dietro, tutto eccitato, con le lacrime che mi sgorgavano dagli occhi. Lo raggiunsi e gli dissi che lo avevo compreso. Ebbe un brillio di malizia e gioia nello sguardo.
"Che posso fare per la Gorda?" chiesi.
"Nulla" rispose. "Aprire gli occhi su qualcosa è sempre una faccenda molto personale." "L'importanza personale non si può combattere con le belle maniere" .
Mi disse che i veggenti, antichi o nuovi, si dividono in due categorie. La prima è formata da quelli disposti a controllare se stessi. Questi veggenti sono capaci di canalizzare le proprie attività verso obiettivi pragmatici di cui beneficeranno altri veggenti e l'uomo in generale. L'altra categoria è composta da quelli a cui non importa né il controllo di sé, né alcun obiettivo pragmatico... questi ultimi pare non abbiano saputo risolvere il problema dell'importanza personale.
"L'importanza personale non è qualcosa di semplice e ingenuo" spiegò. "Da un lato, è il nucleo di tutto ciò che in noi ha valore, dall'altro il nucleo di tutto il nostro marciume. Disfarsi dell'importanza personale richiede un capolavoro di strategia. I veggenti di tutte le epoche hanno espresso i più alti apprezzamenti per coloro che ci sono riusciti."
 "...per poter seguire la via della conoscenza, occorre avere molta immaginazione. Come tu stesso stai constatando, sulla via della conoscenza tutto è oscuro. La chiarezza costa infiniti sforzi, infinita immaginazione. ""I guerrieri combattono l'importanza personale come una questione di strategia, non come una questione di fede" replicò. "Il tuo errore sta nell'interpretare quello che dico in termini morali. "
 "Quello che tu intendi per moralità è semplicemente impeccabilità"
"L'impeccabilità non è altro che l'uso adeguato dell'energia" disse. "Tutto quello che io ti dico non ha la benché minima traccia di moralità.. Ho risparmiato energia e questo mi rende impeccabile. Per poter capire ciò, tu devi aver risparmiato sufficiente energia o non lo,capirai mai."
 "I guerrieri fanno inventari strategici" disse. "Elencano le loro attività, i loro interessi. Dopo decidono quali si possono cambiare per ottenere così una pausa nel consumo di energia. "
Io dissi che una lista siffatta avrebbe dovuto includere tutto l'immaginabile. Con molta pazienza mi rispose che l'inventario strategico di cui parlava riguardava modelli di comportamento che non erano essenziali alla nostra sopravvivenza e al nostro benessere.
Approfittai dell'opportunità per segnalargli che la sopravvivenza e il benessere erano categorie che potevano interpretarsi in infiniti modi. Gli dichiarai che non era possibile mettersi d'accordo su quel che fosse o no essenziale al benessere e alla sopravvivenza.
Mentre continuavo a parlare, cominciai a perdere il mio impulso iniziale. Infine mi fermai perché mi resi conto dell'inutilità dei miei argomenti. Mi resi conto che Don Juan aveva ragione quando diceva che io avevo il pallino di fare il difficile.
Don Juan allora disse che negli inventari strategici dei guerrieri, l'importanza personale figura come l'attività che consuma la maggior quantità di energia e per questo si sforzavano di vincerla.
"Una delle prime preoccupazioni del guerriero è liberare quell'energia per affrontare con essa l'ignoto" proseguì Don Juan. "L'azione di ricanalizzare quell'energia è l'impeccabilità. "
Disse che la strategia più efficace fu sviluppata dai veggenti della Conquista, indiscutibili maestri dell'agguato, che consiste di sei elementi che hanno influenza reciproca.
Cinque sono detti attributi del guerriero: controllo, disciplina, equilibrio, témpismo e intento.
Questi cinque elementi appartengono al mondo privato del guerriero che lotta per perdere l'importanza personale. Il sesto elemento, forse il più, importante di ogni altro appartiene al mondo esterno e, si chiama il pinche  (piccolo, meschino, da poco) tiranno, .
 "Un pinche tirano è un torturatore, qualcuno che ha potere di vita e di morte sui guerrieri, o che semplicemente gli rende la vita impossibile." Mi assicurò che c'era un tocco di malizioso humour in quelle loro classificazioni, perché il senso dell'umorismo è l'unico modo di far fronte all'umana costrizione di noiosi inventari e classificazioni.
In conformità con le loro pratiche umoristiche, i nuovi veggenti reputarono corretto iniziare la classificazione con la fonte primaria di energia, l'unico e supremo monarca dell'universo e lo chiamarono semplicemente il tiranno. Naturalmente trovarono che gli altri despoti e dittatori restavano molto al di sotto della categoria del tiranno. Paragonati alla fonte di tutto, gli uomini più temibili sono dei buffoni; di conseguenza i nuovi veggenti li classificarono come meschini, piccoli, da poco: pinches tiranos, appunto.
La seconda categoria consiste in qualcosa meno del meschino tiranno, qualcosa che loro chiamarono pinches tiranitos, tirannucci meschini, persone che perseguitano e fanno danni ma senza di fatto provocare la morte di nessuno. La terza categoria la chiamarono dei repinches tiranitos, tirannucci , i meschinetti, oppure dei pinches tiranitos chiquititos, i meschini tirannucci da niente, e vi inclusero le persone che sono solo esasperanti e moleste a più non posso.
 Aggiunse che la categoria dei meschini tirannucci era stata ulteriormente divisa in quattro parti., Una era composta da quelli che tormentavano con brutalità e violenza. Un'altra da quelli che lo fanno creando un'insopportabile apprensione. Un'altra ancora da quelli che opprimono con la tristezza. L'ultima da quelli che tormentano facendo infuriare.
"La Gorda è in una categoria speciale. Ti rende la vita impossibile, per il momento. Ti dà perfino degli schiaffi. Con tutto questo ti sta insegnando a essere imparziale, a essere indifferente. "
"Tuttavia non hai ancora messo insieme gli ingredienti della strategia dei nuovi veggenti .Una volta che l'avrai fatto, saprai quanto sia efficace e ingegnoso lo stratagemma di usare un meschino tiranno che non solo elimina l'importanza personale, ma prepara anche i guerrieri a capire che l'impeccabilità è l'unica che conti sulla via della conoscenza. "
Disse che la strategia dei nuovi veggenti era una manovra mortale nella quale il meschino tiranno è una vetta montagnosa e gli attributi dell'esser guerriero sono come dei rampicanti che si abbarbicano fino in cima.
"In genere si usano solo i primi quattro attributi" proseguì. Il quinto, l'intento, si riserva sempre per l'ultimo confronto, per cosi dire, per quando i guerrieri affrontano il plotone di esecuzione"
"A che si deve questo?" "Al fatto che l'intento appartiene a un'altra sfera, alla sfera dell'ignoto. Gli altri quattro appartengono al conosciuto, esattamente dove sono i meschini tiranni. Infatti, quel che trasforma gli esseri umani in meschini tiranni è proprio l'ossessiva manipolazione di quanto si conosce."
Don Juan mi spiegò che solo i veggenti che sono guerrieri impeccabili e che hanno il controllo dell'intento ottengono il collegamento di tutti e cinque gli attributi. Un'azione di questa natura è una manovra suprema che non può realizzarsi al livello umano di tutti i giorni.
"Per trattare con i tiranni meschini peggiori sono necessari solo quattro attributi" continuò. "E chiaro, sempre e qualora si sia incontrato un meschino tiranno. Come ho detto, il meschino tiranno è l'elemento esterno, quello che non possiamo controllare, é l'eleménto forse più importante dì tutti. Il mio benefattore diceva sempre che il guerriero che incontra un meschino tiranno è un guerriero fortunato.
La sua filosofia era che, se non hai la fortuna di trovarlo. Tu devi andare a cercarlo."
- Mi spiegò che uno dei più grandi successi conseguiti dai veggenti dell'epoca coloniale fu uno schema che lui chiamava la progressione trifase. I veggenti, comprendendo la natura dell'uomo, erano giunti alla conclusione che se uno può vedersela con i meschini tiranni, è certamente in grado di far fronte all'ignoto senza pericolo e allora addirittura può sopravvivere in presenza di ciò che non si può conoscere.
"La reazione dell'uomo comune è pensare che si dovrebbe invertire tale ordine" prosegui. "E naturale credere che un veggente, se può far fronte all'ignoto, può senza dubbio tener testa a qualunque meschino tiranno. Però non è così. Ciò che distrusse i superbi veggenti del passato fu questo assunto. Lo sappiamo solo ora. Sappiamo che nulla può temprare lo spirito di un guerriero come trattare con persone impossibili in posizioni di potere. Solo in queste condizioni i guerrieri possono acquisire la sobrietà e la serenità necessaria per fronteggiare l'inconoscibile."
Espressi rumorosamente il mio disaccordo. Gli dissi che, secondo me, i tiranni trasformavano le proprie vittime in esseri indifesi o tanto brutali quanto gli stessi tiranni. Gli feci notare che erano stati effettuati innumerevoli studi sugli effetti della tortura fisica e psicologica su questo tipo di vittime.
"La differenza sta in qualcosa che hai appena finito di dire" ribatté. "Tu parli di vittime, non di guerrieri. Anch'io la pensavo come te. Ti racconterò quel che mi fece cambiare, però prima torniamo ancora a quello che ti stavo dicendo dei tempi della colonizzazione. I veggenti di quell'epoca ebbero la migliore opportunità. Gli spagnoli furono tali pinches tiranos da porre a dura prova le più recondite abilità dei veggenti; dopo aver avuto a che fare con i conquistatori, i veggenti erano pronti ad affrontare tutto. Loro furono davvero fortunati. A quel tempo c'erano meschini tiranni ovunque: erano prezzemolo in ogni minestra. L'ingrediente perfetto per produrre un perfetto veggente è un pinche tirano dalla sovranità illimitata.
  "Ho avuto fortuna. Un vero e proprio orco trovò me. Al momento, però, come te, non mi riusciva di considerarmi fortunato, anche se il mio benefattore mi diceva il contrario."
Don Juan disse che la sua penosa esperienza cominciò qualche settimana prima di conoscere il suo benefattore. A quel tempo aveva solo vent'anni. Don Juan disse che la casa sembrava una fortezza inespugnabile, con uomini armati di machete dovunque. Così che fece l'unica cosa sensata che potesse fare: si mise a lavorare cercando di non pensare alle sue sventure. Al finire della giornata l'uomo tornò e poiché non gli piacque lo sguardo di sfida negli occhi di Don Juan, lo spinse a calci fino in cucina. Minacciò di tagliargli i tendini delle braccia se non gli ubbidiva. In cucina una vecchia gli servi il pasto, ma Don Juan era così turbato che non riusciva a mangiare. La vecchia gli consigliò di mangiare più che poteva. Doveva essere forte, disse lei, perché il suo lavoro non sarebbe finito mai. L'avvisò che l'uomo che occupava quel posto era morto proprio il giorno prima. Era troppo debole per lavorare ed era caduto da una finestra del secondo piano. Don Juan disse di aver lavorato in casa del padrone per tre settimane, maltrattato in ogni momento da quell'omone. Il caposquadra lo faceva lavorare nelle condizioni più pericolose, assegnandoli i compiti più gravosi immaginabili, sotto costante minaccia di coltello, pistola o bastone. Ogni giorno lo mandava alle scuderie a pulire i box occupati da nervosi stalloni. Al sorgere di ogni nuovo giorno, Don Juan aveva la ferma convinzione che non sarebbe riuscito ad arrivare a sera. E questo avrebbe solo voluto dire affrontare lo stesso inferno il giorno seguente.
Quel che fece precipitare gli eventi fu la richiesta di Don Juan di avere un giorno di ferie. Chiese qualche ora per andare in paese a pagare il suo debito al caposquadra dello zuccherificio. Era, un pretesto. Don Juan esplose. Cominciò a dar grida isteriche e, urlando, attraversò la cucina ed entrò nell'edificio principale. Prese tanto di sorpresa il caposquadra e gli altri operai che correndo riuscì a uscire dalla porta padronale. Quasi ce la fece a scappare, ma il caposquadra lo, inseguì e in mezzo alla strada gli sparò al petto, dandolo per morto.
Don Juan disse che non era suo destino morire; il suo benefattore lo trovò proprio li e lo curò finché non fu guarito.
"Quando raccontai tutta la storia al mio benefattore, " proseguì Don Juan "egli riuscì a malapena a trattenere la sua emozione. "Quel caposquadra è un vero tesoro" disse il mio benefattore. È  qualcosa di tanto raro che sarebbe un peccato sprecarlo. Un giorno devi tornare in quella casa. ""Continuò a farneticare su quanto ero stato fortunato a trovare un pinche tirano unico nel suo genere, con un potere quasi illimitato. Pensai che fosse fuori di testa. Mi ci vollero anni per capire completamente ciò che mi aveva detto in quella circostanza."
È una delle storie più tremende che abbia sentito in vita mia" dissi. "Ed è davvero tornato ancora in quella casa?"
"Certo che ci sono tornato, tre anni dopo. Il mio benefattore aveva ragione. Un meschino tiranno come quello era unico nel suo genere e non andava sprecato."
"Come riuscì a tornare?"
"Il mio benefattore escogitò un piano strategico usando i suoi quattro attributi di guerriero: controllo, disciplina, pazienza e abilità di cogliere il momento opportuno."
Don Juan disse che il suo benefattore, oltre a spiegargli quello che doveva fare in casa del padrone per tener testa a quell'orco di un uomo, gli rivelò anche che i nuovi veggenti credevano ci fossero quattro gradi sul cammino della conoscenza. il primo è il passo che fanno i comuni esseri umani quando decidono di diventare apprendisti. Nel momento in cui gli apprendisti cambiano le proprie idee su se stessi e sul mondo, fanno il secondo passo e si tramutano in guerrieri, cioè in esseri capaci della massima disciplina e controllo su se stessi. Il terzo passo lo compiono i guerrieri dopo aver acquisito pazienza e abilità di cogliere il momento opportuno, diventando uomini di conoscenza. Quando gli uomini di conoscenza imparano a vedere, hanno fatto il quarto passo e sono divenuti veggenti.
Il suo benefattore enfatizzò il fatto che don Juan aveva percorso il cammino della conoscenza abbastanza a lungo per aver appreso un minimo dei primi due attributi: controllo e disciplina. "A quel tempo gli altri due attributi mi erano vietati" proseguì don Juan. "La pazienza e l'abilità di cogliere il momento opportuno rientrano nell'ambito dell'uomo di conoscenza. Il mio benefattore mi fece usare la sua strategia per concedermene l'accesso."
"Questo significa che da solo non avrebbe potuto tener testa al meschino tiranno?" chiesi.
"Sono sicuro che ce l'avrei fatta anche da so lo, benché ho il forte dubbio che non ci sarei riuscito con stile ed eleganza. Il mio benefattore si divertì molto a dirigere la mia impresa. L'idea di usare un pinche tirano non serviva solo a perfezionare lo spirito del guerriero, ma anche per la sua gioia e il suo godimento."
"Come poteva qualcuno godersi un mostro come quello da lei descritto?"
"Questo tipo non era nulla a paragone dei veri mostri frequentati dai nuovi veggenti durante la colonizzazione. Tutto sta a indicare che a quei veggenti vennero gli occhi strabici dal divertimento. Dimostrarono che perfino i peggiori tiranni possono far divertire, purché, naturalmente, uno sia guerriero."
Don Juan mi spiegò che l'errore che un comune, mortale fa trovandosi dì fronte un pinche tirano è non avere una strategia a cui appoggiarsi; il difetto fatale è prendere troppo sul serio ì propri sentimenti, cosi come le azioni dei meschini tiranni. I guerrieri, d'altra parte, non solo hanno una strategia ben congegnata ma sono liberi dall'importanza personale Ciò che distrugge l'importanza personale è l'aver compreso che la realtà é una nostra interpretazione. Questa conoscenza era il vantaggio definitivo che nuovi veggenti ebbero sugli spagnoli. Disse di essersi convinto di poter sopraffare il caposquadra usando solo la convinzione che ì meschini tiranni si prendono mortalmente sul serio mentre i guerrieri no. Seguendo il piano strategico del suo benefattore, Don Juan cercò lavoro nello stesso zuccherificio dì prima. Nessuno ricordava che lui aveva già lavorato lì; ì peones lavoravano nello zuccherificio stagionalmente. La strategia del suo benefattore specificava che Don Juan dovesse stare attento a chi arrivava in cerca di un'altra vittima.
Arrivò la stessa signora e, come aveva fatto anni prima, notò subito Don Juan che ora mostrava ancora più forza della volta precedente. Si ripete la stessa routine con il caposquadra. Tuttavia la strategia richiedeva che in principio Don Juan si rifiutasse di pagare la tangente al caposquadra. Nessuno gli aveva mai fatto questo prima e l'uomo restò di stucco. Minacciò dì licenziare Don Juan. A sua volta Don Juan lo minacciò dicendo che sarebbe andato direttamente a casa della signora, a trovarla. Disse al caposquadra di sapere dove lei abitava perché aveva lavorato nei campi della zona a tagliare canna da zucchero. L'uomo cominciò a mercanteggiare e Don Juan gli chiese del denaro prima di accettare di andare a casa della signora. Il caposquadra cedette e gli diede qualche banconota. Don Juan sapeva benissimo che il caposquadra acconsentiva solo come stratagemma per fargli accettare il lavoro.
"Lui stesso mi accompagnò di nuovo alla casa" disse Don Juan. "Era una vecchia tenuta, di proprietà della gente dello zuccherificio; ricconi che, o sapevano benissimo quanto accadeva e non gliene importava, o erano troppo indifferenti per farci caso.
"Appena arrivati, mi precipitai in casa a cercare la signora. La incontrai, caddi in ginocchio davanti a lei, baciandole la mano per ringraziarla. I due capisquadra erano lividi.
"Il caposquadra della casa seguì lo stesso schema di prima. Però io ero preparatissimo a trattare con lui: avevo controllo e disciplina. Il risultato fu quello che il mio benefattore aveva previsto. Il mio controllo mi fece rispondere alle più assurde richieste di quel tipo. Ciò che di solito ci abbatte, in una simile situazione, è l'offesa inferta al nostro amor proprio.
Chiunque abbia un briciolo di orgoglio si dispera quando lo fanno sentire inutile e stupido.
"Facevo con gusto tutto quel che mi chiedeva. Ero allegro e forte. E non m'importava un accidente del mio orgoglio o del mio terrore. Ero come un guerriero impeccabile. Affinare lo spirito quando qualcuno ti maltratta, si chiama controllo. "
Don Juan mi spiegò che la strategia del suo benefattore prevedeva che, invece di provare compassione per se stesso, come aveva fatto prima, si dedicasse subito a studiare il carattere del caposquadra, le sue debolezze, le sue peculiarità. Trovò che i punti di forza del caposquadra erano audacia e violenza. Aveva crivellato di colpi Don Juan in pieno giorno e davanti a decine di testimoni. La sua grande debolezza era che gli piaceva il proprio lavoro e non voleva rischiarlo. Per nessun motivo avrebbe voluto uccidere Don Juan durante il giorno all'interno della proprietà.. L'altra sua grande debolezza consisteva nell'aver famiglia. Moglie e figli abitavano in una casupola vicino alla casa padronale.
"Raccogliere queste informazioni mentre ti stanno picchiando richiede disciplina" disse Don Juan. "Quell'uomo era un demonio. Non aveva nessuna grazia a salvarlo. Secondo i nuovi veggenti, il pinche tirano perfetto non ha alcuna caratteristica che possa redimerlo."
Don Juan disse che gli ultimi due attributi dei guerrieri, che lui allora non aveva ancora, erano stati automaticamente inclusi nella strategia del suo benefattore. La pazienza è aspettare con calma, senza fretta, senza angoscia: è un'attesa semplice e lieta della ricompensa che deve arrivare.
"La mia vita era una quotidiana umiliazione," prosegui Don Juan "a volte perfino piangevo quando l'uomo mi frustava con la cinghia, e tuttavia ero felice. La strategia del mio benefattore mi fece vivere giorno dopo giorno senza odio. Ero un guerriero. Sapevo che stavo aspettando e sapevo ciò che aspettavo. É proprio qui la grande gioia di essere guerriero." Aggiunse che la strategia del suo benefattore includeva l'infastidire sistematicamente l'uomo facendosi scudo di un suo superiore, così come avevano fatto i veggenti del nuovo ciclo, durante la colonizzazione, facendosi scudo della Chiesa cattolica. Un umile sacerdote a volte era stato più potente di un nobile. Lo scudo di Don Juan era la padrona di casa. Ogni volta che la vedeva, le si inginocchiava davanti e la chiamava santa. La supplicava di dargli una medaglia del suo santo patrono in modo che lui lo potesse pregare per ottenerle salute e benessere. "Mi diede una medaglietta della Vergine," continuò Don Juan "e questo quasi distrusse il caposquadra. E quando riuscii a riunire le cuoche a pregare per la salute della padrona, gli venne quasi un attacco di cuore. Credo che abbia deciso di uccidermi allora. Non gli conveniva lasciarmi andare oltre. "Come contromisura organizzò un rosario tra tutti i servitori della casa. La signora credeva che io avessi tutte le caratteristiche di un sant'uomo. Dopo di allora non dormii più della grossa né dormii più nel mio letto. Ogni notte mi arrampicavo sul tetto. Da li vidi per due volte l'uomo che si avvicinava al mio giaciglio con un coltello.Tutti i giorni mi spingeva nei recinti degli stalloni con la speranza che mi uccidessero a calci, però io avevo un tavolato di pesanti assi che appoggiavo in uno degli angoli: mi ci nascondevo dietro e mi proteggevo dalle zampate dei cavalli. L'uomo non lo sapeva perché i cavalli lo nauseavano; era un'altra delle sue debolezze, la più mortale di tutte, come poi risultò alla fine. "
Don Juan disse che l'abilità di cogliere. il momento opportuno e una qualità astratta che pone in libertà tutto quello che é stato trattenuto. Controllo, disciplina, pazienza sono come una diga dietro cui è bloccato tutto. L'abilità di cogliere il momento opportuno è Ia saracinesca della diga. Il caposquadra conosceva solo la violenza con la quale terrorizzava. Se si neutralizzava la sua violenza, rimaneva quasi indifeso. Don Juan sapeva che l'uomo non avrebbe osato ucciderlo sotto gli occhi della gente di casa e cosi un giorno, in presenza degli altri lavoranti e della signora, lo insultò. Gli disse che era un vigliacco e un assassino che si proteggeva con il posto di caposquadra. La strategia del suo benefattore esigeva che Don Juan stesse all'erta per cogliere il momento opportuno e approfittarne per voltar le carte al pinche tirano. Le cose inattese capitano sempre così. All'improvviso lo schiavo più umile si burla del despota, lo vitupera, lo fa sentir ridicolo dinanzi a testimoni importanti e poi scappa via senza dargli tempo di far rappresaglie.
"Un attimo dopo" continuò Don Juan "l'uomo era pazzo di rabbia, però io mi ero già inginocchiato davanti alla padrona."
Don Juan disse che quando la signora rientrò in casa, il caposquadra e i suoi amici lo chiamarono sul retro, con la scusa che c'era un lavoro da fare. L'uomo era molto pallido, bianco d'ira. Dal tono della voce Don Juan capì quel che l'uomo aveva intenzione di fargli. Don Juan finse di obbedire ma invece di dirigersi dove gli ordinava il caposquadra, corse verso le stalle. Sperava che i cavalli avrebbero fatto un tale trambusto da fare uscire i padroni per vedere che cosa stesse succedendo.
Sapeva che l'uomo non avrebbe osato sparargli né tanto meno si sarebbe avvicinato ai cavalli. Questa supposizione non si avverò. Don Juan aveva spinto l'uomo molto al di là dei suoi limiti.
"Saltai nel recinto del cavallo più selvaggio, " disse Don Juan "e il piccolo tiranno, accecato dall'ira, tirò fuori il coltello e mi venne dietro. Io mi nascosi subito dietro il mio tavolato. Il cavallo gli diede una zampata sola e tutto finì.
"Avevo trascorso sei mesi in quella casa e in quel periodo avevo esercitato i quattro attributi del guerriero. Grazie a loro avevo avuto successo. Non provai compassione per me neanche una sola volta, né piansi d'impotenza. Provai solo gioia e serenità. Il mio controllo e la mia disciplina erano acuti come non mai. Inoltre sperimentai direttamente ciò che prova il guerriero impeccabile quando usa la pazienza è l'abilità di cogliere il momento opportuno, nonostante ancora non avessi questi attributi. "
"Il mio benefattore mi spiegò una cosa molto interessante. Pazientare vuol dire trattenere con lo spirito ciò che il guerriero sa che deve giustamente verificarsi. Non significa che il guerriero se n'e vada in giro, pensando di far male a qualcuno o facendo piani di vendetta e regolamenti di conti. La pazienza è una cosa indipendente. Mentre il guerriero ha controllo, disciplina e abilità di cogliere il momento opportuno, la pazienza assicura che chiunque se lo sarà guadagnato riceverà tutto quanto gli spetta."
"Qualche volta riescono a spuntarla, i pinches tiranos, e a distruggere il guerriero che li affronta?" chiesi.
"Naturalmente. Durante la Conquista e la colonizzazione, i guerrieri morirono come mosche. Le loro fila furono decimate. I piccoli tiranni potevano condannare a morte chicchessia, per puro capriccio. Sotto questo tipo di pressione, i veggenti raggiunsero stati sublimi."
Don Juan disse che, a quell'epoca, i veggenti sopravvissuti dovettero sforzarsi oltre ogni limite per trovare nuovi sbocchi.
I nuovi veggenti" disse Don Juan, guardandomi fisso, "usavano i pinches tiranos non solo per disfarsi dell'importanza personale ma anche per effettuare la manovra più sofisticata per uscire da questo mondo. Capirai questa manovra a mano a mano che discuteremo sulla padronanza della consapevolezza."
Spiegai a Don Juan che quel che gli avevo chiesto era se al presente, nella nostra epoca, i piccoli tiranni potessero qualche volta sconfiggere un guerriero.
"Ogni giorno" rispose. "Le conseguenze non sono così terribili come nel passato. Oggi è sottinteso che i guerrieri hanno sempre l'opportunità di retrocedere, rifarsi subito e tornare più tardi. Però il problema della moderna sconfitta è di altro genere. Essere sconfitto da un repinche tìranito, un tirannucolo da strapazzo, non è mortale ma disastroso. In senso figurato, il grado di mortalità dei guerrieri è elevato. Con questo voglio dire che i guerrieri che soccombono dinanzi a un repinche tirano sono annientati dal- loro personale senso di fallimento. Per me ciò equivale a una morte figurata."
"Come misura la sconfitta?"
"Chiunque si unisca al meschino tiranno è sconfitto. Adirarsi e agire senza controllo e disciplina, non aver pazienza vuol dire essere sconfitti."
"Cosa accade quando un guerriero è sconfitto?,,
"O riformano gruppi e tornano nella mischia con maggior giudizio, o abbandonano la via del guerriero e si uniscono per sempre alle fila dei pinches tiranos."
 ****

Il gioco del viaggio:
Alfa, Beta e Gamma decidono di fare un viaggio, devono preparare le valige con diversi oggetti, chi fra loro può partire?
un capo di abbigliamento
Alfa vuol portare una camicia              non può partire
Beta vuol portare un berretto               può partire
Gamma vuol portare un maglione        non può partire
qualcosa da mangiare
Alfa vuol portare una pompelmo          non può partire
Beta vuol portare una banana             può partire
Gamma vuol portare un gelato            può partire
un animale
Alfa vuol portare un alce                     può partire
Beta vuol portare un babbuino             può partire
Gamma vuol portare un gatto              può partire
 
Alla fine tutti i giocatori possono partire, perché ognuno di loro ha capito che in valigia deve mettere qualcosa con l’iniziale del proprio nome, la comprensione del segreto massonico sta nel capire ma ognuno a suo modo.
Foto: MEDITAZIONE.
Metti la consapevolezza nella spina dorsale.

Chiudi gli occhi e visualizza la tua spina dorsale: che sia dritta, eretta. Visualizzala, guardala, e visualizza un nervo, delicato come il filamento di un loto, che attraversa il centro della tua spina dorsale. 

Nella spina dorsale, proprio nel mezzo, passa un filo d’argento – un nervo assai delicato. Non è un vero nervo, nel senso fisiologico del termine. Se ti operano, non lo troveranno: lo si vede solo in meditazione profonda. Attraverso questo filamento sei in rapporto con il corpo, e anche con l’anima. 

Inizia visualizzando la spina dorsale. All'inizio ti sembrerà molto strano: riuscirai a visualizzarla, ma solo nell'immaginazione. Poi, se perseveri, non sarà più solo immaginazione: la vedrai veramente! 

L’uomo è capace di vedere la struttura del suo corpo dall’interno. Non ci abbiamo mai provato, perché è una cosa che fa molta paura, una cosa terribile: quando vedi le tue ossa, il sangue, le vene, ti spaventi. Quindi, quello che abbiamo fatto è bloccare completamente questa visione mentale interna. Vediamo il corpo dall’esterno, come se qualcun altro lo stesse guardando. È come se andassi fuori da questa stanza e la guardassi dall’esterno – vedresti i muri esterni. Vieni dentro e guarda la casa – allora vedi i muri interni. Vedi il corpo dall’esterno come se fosse qualcun altro che guarda il tuo corpo. Non l'hai mai visto dall’interno. Ne siamo capaci, ma per via delle nostre paure, è diventato un fatto strano. 

I libri indiani di Yoga dicono tante cose sul corpo, cose che la moderna ricerca scientifica ha scoperto essere del tutto esatte, e la scienza non sa come spiegare questo fatto. Come potevano saperlo? La chirurgia e la conoscenza dell’interno del corpo umano sono sviluppi molto recenti. Come potevano conoscere tutti i nervi, i centri, tutte le strutture interne? Conoscevano persino cose che sono state scoperte solo molto di recente; ne hanno parlato e hanno anche lavorato su queste cose. Lo Yoga è sempre stato consapevole di tutti i fatti fondamentali e significativi rispetto al corpo.  La realtà è che c’è un altro modo di osservare il proprio corpo – dall’interno. Se ti concentri all’interno, improvvisamente inizi a vedere il corpo, dall'interno. 

Chiudi gli occhi e senti il corpo. Rilassati. Concentrati sulla spina dorsale. E questo sutra dice semplicemente: in questo modo sii trasformato. E verrai trasformato! 

Osho: Il libro dei segreti.
MEDITAZIONE.
Metti la consapevolezza nella spina dorsale.

Chiudi gli occhi e visualizza la tua spina dorsale: che sia dritta, eretta. Visualizzala, guardala, e visualizza un nervo, delicato come il filamento di un loto, che attraversa il centro della tua spina dorsale.

... Nella spina dorsale, proprio nel mezzo, passa un filo d’argento – un nervo assai delicato. Non è un vero nervo, nel senso fisiologico del termine. Se ti operano, non lo troveranno: lo si vede solo in meditazione profonda. Attraverso questo filamento sei in rapporto con il corpo, e anche con l’anima.

Inizia visualizzando la spina dorsale. All'inizio ti sembrerà molto strano: riuscirai a visualizzarla, ma solo nell'immaginazione. Poi, se perseveri, non sarà più solo immaginazione: la vedrai veramente!

L’uomo è capace di vedere la struttura del suo corpo dall’interno. Non ci abbiamo mai provato, perché è una cosa che fa molta paura, una cosa terribile: quando vedi le tue ossa, il sangue, le vene, ti spaventi. Quindi, quello che abbiamo fatto è bloccare completamente questa visione mentale interna. Vediamo il corpo dall’esterno, come se qualcun altro lo stesse guardando. È come se andassi fuori da questa stanza e la guardassi dall’esterno – vedresti i muri esterni. Vieni dentro e guarda la casa – allora vedi i muri interni. Vedi il corpo dall’esterno come se fosse qualcun altro che guarda il tuo corpo. Non l'hai mai visto dall’interno. Ne siamo capaci, ma per via delle nostre paure, è diventato un fatto strano.
I libri indiani di Yoga dicono tante cose sul corpo, cose che la moderna ricerca scientifica ha scoperto essere del tutto esatte, e la scienza non sa come spiegare questo fatto. Come potevano saperlo? La chirurgia e la conoscenza dell’interno del corpo umano sono sviluppi molto recenti. Come potevano conoscere tutti i nervi, i centri, tutte le strutture interne? Conoscevano persino cose che sono state scoperte solo molto di recente; ne hanno parlato e hanno anche lavorato su queste cose. Lo Yoga è sempre stato consapevole di tutti i fatti fondamentali e significativi rispetto al corpo. La realtà è che c’è un altro modo di osservare il proprio corpo – dall’interno. Se ti concentri all’interno, improvvisamente inizi a vedere il corpo, dall'interno.
Chiudi gli occhi e senti il corpo. Rilassati. Concentrati sulla spina dorsale. E questo sutra dice semplicemente: in questo modo sii trasformato. E verrai trasformato!
Osho: Il libro dei segreti.


L'impermanenza è uno strumento fondamentale per la nostra emancipazione
Tutte le esistenze, gli oggetti, in una parola i fenomeni, sono manifestazioni momentanee, lampeggiamenti effimeri che durano soltanto per un momento singolo, dato che scompaiono non appena sono comparsi, per essere seguiti da un’altra esistenza nel momento seguente.
Impressionato dalla transitorietà e dall’incessante mutazione e trasformazione dei fenomeni, Shakyamuni Buddha li considera forze, movimenti, sequenze e processi, adottando così una concezione dinamica della realtà. Il mutamento, il divenire, è la consistenza stessa della realtà. Qualunque fenomeno abbia una causa deve perire, perché contiene in se stessa l’implicita necessità della dissoluzione.
Nel mondo non c’è né permanenza né identità. Non vi è nulla di stabile, di duraturo e di permanente. Tutto cambia d’istante in istante, come il corso d’una cascata che - benché ci appaia sempre uguale - è tuttavia in continuo cambiamento, poiché l’acqua vi si rinnova incessantemente e non una goccia resta al suo posto.
Impermanenza significa che tutti i fenomeni (cose, esseri, sensazioni, emozioni, pensieri, situazioni) sono soggetti al nascere e morire.
Tuttavia, senza l’impermanenza, la vita non sarebbe possibile: un seme di grano non potrebbe crescere, un bambino non potrebbe invecchiare, ammalarsi e morire.
Anche la nostra personalità, il nostro io, la nostra individualità non è un fatto reale ed ultimo, bensì solo un nome, che copre una moltitudine (un flusso) di elementi psicofisici interconnessi e in relazione tra loro. L’individuo è solo una combinazione di forze e energie psico-fisiche in continuo mutamento.

  
L’impermanenza ci insegna soprattutto a guardare le cose e le situazioni così come sono, senza sviluppare sentimenti di attaccamento o di avversione. Noi soffriamo non perché l’impermanenza sia di per sé sofferenza, ma perché non riusciamo ad accettare che le cose cambino.
Secondo l’opinione corrente, la permanenza dà sicurezza, l’impermanenza no. In realtà, invece, l’unica cosa durevole è paradossalmente proprio l’impermanenza. E la nostra lotta per trattenere le cose così come oggi sono non solo è impossibile, ma ci provoca proprio quella sofferenza che vogliamo evitare. L’errore sta nel fatto che - per essere felici - ci afferriamo a ciò che è per natura inafferrabile. L’insegnamento del Buddha sull’impermanenza e sul non io è una chiave per considerare le cose per quelle che sono: la povertà non è meno transitoria della ricchezza, la stupidità non lo è meno della saggezza. Una tale visione ci libera dall’attaccamento alle cose del mondo e ci infonde il coraggio di affrontare - senza avversione - gli inevitabili cambiamenti che intervengono nella vita : dalla perdita della giovinezza (e della vita stessa) ai mutamenti legati agli affetti, al lavoro, alla salute.
Comprendere l’impermanenza porta ad accettare il presente, il “qui ed ora” senza dar spazio e proiezioni al  futuro e senza “ricamare” sui ricordi del passato. E siccome è sempre il momento presente, accettare il presente significa accettare la vita. 
Se qualcuno dubita
del movimento della montagna,
è perché non comprende
il suo proprio movimento.
Pur facendo un passo dopo l'altro,
non si è in grado di capirlo.
Quando lo comprendiamo
possiamo allora capire
il movimento della montagna.
Sansui kyō, Dōgen Zenji (1200-1253)
 
 

giovedì 13 giugno 2013

I luoghi dell'anima



 "Pooja": Offerta& dei fiori& rituale di celebrazione dedicato al dio della danza Shiva

"Krishna Shabdam": vivace coreografia dove una giovane mungitrice (gopika) invita Krishna a un incontro con lei nei modi più svariati, dando la possibilità alla danzatrice di manifestare tutto il fascino femminile. Il brani e' mimato con espressioni del volto allettanti, rapide occhiate e fugaci stati emotivi che fanno del danzatore anche un vero e proprio attore.

Thillana: un pezzo di danza pura, senza storie da raccontare, ma solo varianti di ritmo espresse in intricate combinazioni di passi agili& veloci

MANDIRA IMPROTA e' danzatrice, insegnante, antropologa e profonda conoscitrice del subcontinente indiano, dove passa ogni anno lunghi periodi dal 2004. Studia per diversi anni teatro fisico e vari stili di danza, e approda alla danza Kuchipudi nel 2004 dopo un viaggio in India. Innamorata della complessita' e ricchezza d'espressione di quest'arte, decide subito di approfondirne lo studio in maniera seria affidandosi alla guida sapiente e meticolosa della GURU Satyapriya Ramana a Madras (Sud India). Vive 3 anni in California a San Francisco, dove studia le Danze della Via della Seta (Tajikistan, Uzbekistan, Afghanistan, Iran) con la rinomata compagnia "Ballet Asfaneh" con la quale si esibisce nel Festival of the Silk Road a San Jose. Organizza workshop& stages in Italia con artisti di fama mondiale ed eventi legati all'India; si esibisce in Europa& Stati Uniti da sola o con altre danzatrici.


Serata indiana con SPETTACOLO DANZA KUCHIPUDI presso libreria I luoghi dell'anima pescara Serata indiana con SPETTACOLO DANZA KUCHIPUDI presso libreria I luoghi dell'anima pescara


“una 'chicca' da non perdere...”  Un'incredibile scoperta che fa di Pescara una città con una marcia in più! Miriadi di coccole e, se ti va, di chiaccherine edificanti con esperti counselor...
Da subito avverti un'atmosfera che ti porta al di là del tempo, qui tutto si ferma e il tempo scorre senza che tu possa rendertene conto minimamente. Ti senti come avvolto in una nuvoletta di bambagia. E' un'accoglienza che non avevi mai ricevuto prima in vita tua e che certamente non ti aspettavi dentro un locale...del centro! Come in un gioco di parole ecco che ti senti davvero 'centrato' e finalmente capisci il significato delle parole della canzone di Battiato perché qui puoi vivere l'esperienza di quel "centro di gravità permanente"...e sai che lo puoi ri-trovare sempre...ogni volta che lo desideri! Che dire poi degli eventi...ho assistito recentemente ad una danza indiana che mi ha lasciato a bocca aperta.
Il Kuchipudi e' uno dei 7 stili di danza in India. Conosciuto sin dal 3 secolo A.C,... e' originario del piccolo villaggio da cui prende il nome: "Kuchipudi" in Andhra Pradesh, India del Sud. Il Kuchipudi, come anche stili di danza classica indiana, ha origine dal famoso trattato sulle Arti drammatiche indiane, il "Nātyaśāstra "(200 a.C.): il più antico testo di teoria teatrale giunto fino ai giorni nostri, esso copre una grande varietà di argomenti, dalla scenografia alla musica, dalla mimica al trucco, praticamente ogni aspetto della messa in scena. Come tutte le danze di matrice indiane, e' caratterizzata da un ampio uso dei movimenti delle mani (chiamati MUDRA), espressioni facciali, degli occhi e delle soppraciglie (chiamate Abhinayam) e intricati e complessi movimenti dei piedi, che fanno del danzatore una sorta di percussionista . Originariamente danzato da soli uomini della casta dei Bramini, il Kuchipudi era dedicato all'adorazione del dio Vishnu, che insieme a Brahma e Shiva costituisce la famosa Trimurti indiana, fu poi esteso all'altra incarnazione molto amata e popolare di Vishnu: il dio Krisna. Con queste danze si voleva enfatizzare il culto della "BHAKTI" cioe' la pura e incondizionata devozione verso gli dei del pantheon induista, e stabilire, attraverso il canale della danza, un contatto diretto tra i devoti e la divinita'.

 La serata magica si è tenuta a " I Luoghi dell'Anima " in onore della terra indiana con uno Spettacolo di Danza Classica Indiana  e, a seguire, assaggi di cucina tipica le tre danze rappresentate:

 

 


Abbiamo ancora tanta strada per volerci bene. Prima di tutto a noi stessi per poi cominciare a voler bene anche agli altri, a tutto ciò che ci circonda, alla natura, al creato.
In fin dei conti realizzare l'amore è l'unico vero comandamento che ci è stato dato ma, a meno di non essere santi, spesso non ci basta una vita o un ciclo di vite per realizzarlo.
Innamoriamoci della vita (cosa difficilissima) ché siamo troppo abituati a non vivere, a essere morti o nella morte e ci crogioliamo nei nostri dolori, nelle sofferenze, tutti schiavi e contenti di restarlo per la semplice paura di cambiare.
Respiriamo, impariamo a STARE e, posso dopo passo, forse cominciamo a non boicottarci più, a rispettarci, poi a volerci un po' di  bene, quindi ad innamorarci un po'.
La strada è molto lunga ed è  tutta in salita!
Nel nostro lato più profondo vive la nostra essenza. In questo regno è depositata l’Impronta di ciascuno di noi, l’Immagine che lo caratterizza. Per anima bisogna intendere proprio l’Immagine nascosta che ci conduce verso la nostra meta, verso il nostro destino.
Realizzare se stessi implica un modo diverso di guardare il mondo, un modo diverso di riconoscere la nostra identità.
La nostra cultura lo ha dimenticato ed è divorata dagli psicofarmaci, dall’alcol, dall’obesità, dalle droghe.
Le leggi dell’anima non appartengono al pensiero e ai ragionamenti, non appartengono ai codici del tempo in cui viviamo, ma riflettono le immagini eterne che ci abitano da sempre. Solo incontrandole possiamo compiere il nostro percorso, il nostro viaggio.
Più ci avviciniamo alle Immagini del Senza Tempo, più la felicità sgorga spontaneamente come da una sorgente inesauribile.
E allora, solo allora possiamo incontrare l'Amore faccia a faccia.
Ma, a prescindere, "se vuoi riconoscere un vero amore tieni presente cosa senti nella pancia, come reagisce la tua pelle, cosa percepisce il tuo naso. quando il test è superato, ricorda che amore non è solo passione, ma la possibilità di crescere assieme e di scambiare. sai ricevere? sai dare senza pretendere? allora è amore, perché l'amore è anche costruzione. aggiunge a ciò che è spontaneo l'impegno ad essere il meglio di sé "
Nei momenti in cui sono stata in pace con me stessa e con il mondo e mi sono sentita felice, colma di gioia e di beatitudine, ecco, in quei momenti ho sperimentato cos'è l'Amore.
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domenica 9 giugno 2013

da "viaggio nelle energie del femminile" di Zu

«Sorge l'esigenza oggi più che mai di rileggere ciò che sta accadendo a livello sociale partendo dall'esperienza personale […] Maschile e femminile non sono due aggettivi riferiti rispettivamente all'uomo e alla donna, ma due energie presenti in noi, due qualità dell'essere incarnate nei due emisferi che costituiscono il cervello. Il principio maschile, che rappresenta la nostra dimensione logica, come energia porta in noi la capacità di analizzare e di conoscere razionalmente. Nasce mitologicamente nel momento in cui l'essere umano si affranca dalla paura e si spinge fuori dalla caverna per esplorare il mondo. Non a caso il simbolo che lo rappresenta è il sole, la cui luce rende visibili e netti i contorni di tutte le cose. Il maschile è quindi conoscenza, misura ed evidenza, ordine e controllo, poiché nulla deve sfuggirgli, e quindi comporta il bisogno di stabilire confini e limiti certi, competitività e guerra, ma anche cameratismo, che sono qualità legate all'aspetto sociale della vita, disciplina e concretezza, abilità di fare, parola in cui il maschile trova perfetta realizzazione. Il suo elemento è il cielo, la verticalità che ispira alla trascendenza.
Il principio femminile in noi, dimensione analogica, è l'energia del sentire. Il simbolo corrispondente è, infatti, la luna, che nell'oscurità illumina lievemente, rendendo vaghi i contorni di tutte le cose, invita ad abbandonare il mondo delle evidenze e a richiudersi nella propria sfera intima. Porta come qualità l'emozionalità, l'intuizione, la creatività, il sogno, l'introspezione e la capacità di vedere oltre. Sa vivere nel caos. Se il maschile sprona all'esplorazione materiale, il femminile induce al viaggio interiore, alla profondità che implica il pericolo dell'abisso. Non ama limiti e confini. È esattamente l'opposto del controllo, la percezione della soglia che comporta il rischio del perdersi e della follia. Conosce il potere di dare la vita e di conseguenza può toglierla. Il suo elemento è la terra, che porta il dono della trasformazione, poiché è archetipicamente il grembo da cui tutto ha origine e che tutto raccoglie. La predisposizione al sentire induce il femminile a un rapporto magico con la sfera sessuale. Ama, infatti, in maniera fantasiosa, libera e tantrica. Non conosce tabù, ma si perde nella reciprocità del piacere. Questa attitudine destabilizza profondamente il maschile che ha bisogno di riferimenti solidi e cui non appartiene la sensualità, ma la sessualità, che ha piuttosto velleità prestative. Il maschile è infatti custode in noi dei valori tradizionali, che però il femminile trasmette. E, dato che tutto quello che costituisce il nostro mondo interiore trova riflesso all'esterno, a icona di ciò basterà evocare come esempio la famiglia patriarcale, in cui il padre rappresenta le regole, ma la madre le tramanda ai figli e insegna loro a rispettarle. Se la parola chiave del maschile è fare, quella del femminile è essere.
libreria emporio del benessere cafè i luoghi dell'anima pescara - antinea sciubba
 
libreria emporio del benessere cafè i luoghi dell'anima pescara - alfonso recinella 
Conoscere i due principi che ci animano è un fatto sostanziale e alla base del nostro percorso evolutivo risiede l'obiettivo di integrarli. Un buon femminile è infatti l'ispirazione che induce il maschile a fare bene, cioè a concretizzare, poiché senza l'intuizione del femminile, l'azione del maschile non avrebbe capacità di perseguire mete, così come, senza il fare del maschile, il femminile resterebbe solo desiderio o intenzione»

Lavorando sull'integrazione di due aspetti specifici della nostra personalità, rappresentati da due archetipi di cui non a caso ogni favola racconta e in particolare sulla strega, il lato oscuro che spesso rinneghiamo e che jung definiva ombra...il femminile in noi è la capacità di ispirarsi e intuire. offre la visione sulla direzione, la ricchezza emozionale, la passione. Il maschile diventa allora il mezzo per trasferire alla parte femminile sicurezza e per esaltare le sue qualità. Lei allora può, volare leggera, creare e rendere la vita numinosa e artistica, ma soprattutto PUO' CONCRETIZZARE

Ratto di Proserpina (Bernini)
Il soggetto è tratto dalle Metamorfosi di Ovidio e legato al tema del ciclo delle stagioni. Proserpina figlia di Giove e Cerere, dea della fertilità fu notata da Plutone, Re degl’inferi, che invaghito la rapì mentre ella raccoglieva fiori, secondo il mito, al lago di Pergusa presso Enna. Cerere per il dolore abbandona i campi, causando la carestia, mentre Giove interviene trovando un accordo con la mediazione di Mercurio; Proserpina avrebbe trascorso nove mesi con la madre favorendo l’abbondanza dei raccolti, per i restanti mesi dell’anno, quelli invernali, sarebbe rimasta con Plutone all’inferno. In ambito cristiano il mito rappresentava il ritorno dell’anima umana dal mondo dei morti alla speranza della vita e la possibilità di redenzione dal peccato e per questo fu rappresentato nelle porte bronzee di San Pietro dallo scultore quattrocentesco Filarete.

giovedì 6 giugno 2013

La chiave d’argento

 

tratto da il giornale di Avalon:
La chiave d’argento

Quando Galileo puntò il suo cannocchiale sul sole osservando con sorpresa che la sua superficie presentava delle strane macchie scure la Chiesa non fu molto contenta di questa notizia. Metteva in discussione il fatto che il creato fosse “perfetto” ed in qualche modo estendeva questa imperfezione anche al concetto di creatore. Quando l’uomo ha iniziato a frequentare lo spazio intorno al suo pianeta con satelliti artificiali ed astronauti ha potuto constatare con i suoi occhi che nel “cielo” non c’è nessun Dio e che gli angeli non vivono sopra graziose nuvolette. Paradossalmente questi tre secoli di cultura illuminista, con tutti i suoi pregi ed i suoi difetti, hanno prodotto un “prodigioso miracolo”, costringendo tutta l’umanità a compiere quello che nei termini della psicologia junghiana viene definito come un “ritiro della proiezione”. In breve tutte quelle componenti che vivono nella nostra interiorità ma che ancora non abbiamo consapevolizzato, vengono sistematicamente proiettate all’esterno e viste “altrove”. Questo vale anche per il nostro aspetto “divino” che per millenni è stato esteriorizzato ovunque e che nella cultura patriarcale ha trovato la sua sede ideale nel cielo, luogo che ben rappresenta la qualità del distacco tipica di molte delle energie maschili. Attualmente la nostra società è divenuta troppo tecnologica ed ha acquisito troppe conoscenze fisiche ed astronomiche per poter “proiettare” l’immagine di Dio nel “cielo” dal momento che questo “cielo” è stato esplorato in lungo ed in largo senza trovarne traccia alcuna.
La nostra ricerca della divinità deve quindi continuare guardando altrove ed è precisamente in questo punto che il discorso esoterico diviene ancora più importante dal momento che l’etimologia di questa parola riporta semplicemente a “quello che è dentro” e a questo riguardo tutte le correnti iniziatiche hanno puntato senza indugio all’interiorità dell’essere umano. Nell’articolo precedente facevo riferimento all’esoterismo ebraico ed alla cabala. La storia di questa tradizione “sotterranea” della religione mosaica è molto complessa ed affonda le sue radici nelle antiche concezioni magiche diffuse in Mesopotamia ed in Egitto. Oggi come allora uomini posti davanti all’inesplicabilità del mistero della vita si interrogavano sull’esistenza di Dio e sulla sua “conformazione”. Da queste domande nasce quella che è forse la più conosciuta delle rappresentazioni simboliche della divinità in ambito esoterico, “l’Albero della Vita” cabalistico.
Nell’immagine associata all’articolo precedente ho volutamente sovrapposto la parte terminale di questo simbolo ad un utero con l’intento di rendere evidente che il piano materiale che percepiamo “nasce” da un piano più sottile che viene generalmente indicato con il nome di “astrale” e che trova il suo corrispettivo psicologico nell’inconscio. L’astrale quindi è la patria d’origine dei nostri sogni. Chiunque si dedica con serietà al proprio mondo onirico o all’interpretazione simbolica della vita fa quindi conoscenza diretta con questo piano di esistenza che la cabala definisce con il nome di Yetzirah. Questa è la chiave d’argento che ci consente di percepire quello che esiste oltre il piano fisico, ed è formata da tale metallo perché è riconducibile ad energie di natura femminile. Come accennavo precedentemente quella parte della divinità che è porta di manifestazione della materia viene indicata con il nome di Yesod ed è tradizionalmente associata alla luna, ad Artemide, a Selene ed in genere a tutte quelle Dee che proteggono o portano la capacità del “mettere al mondo” nell’accezione di creare e dare forma alla materia.
Conviene a questo punto soffermarci un attimo sull’importanza che diamo ai nostri sogni ed all’ottica con la quale li prendiamo in considerazione. Iniziamo con il dire che la nostra società è molto poco propensa a dar credito all’ambito onirico. Frasi ricorrenti come “é solo un sogno” o altre teorie scientifiche riduzioniste che vorrebbero assegnare ai sogni la sola funzione di ripulire la nostra mente dagli “scarti” della giornata, possono darci un’idea della scarsa serietà con la quale si è soliti considerare questo aspetto fondamentale della psiche umana. In fondo un simile atteggiamento porta con se qualcosa di rassicurante e deriva in larga misura dalla paura che il nostro io cosciente ha del confronto con l’ignoto. L’avvento di Jung si rivela determinante per ridare invece dignità alle immagini partorite dal nostro inconscio. Non ha caso lo “Sciamano di Bollingen” parla esplicitamente di responsabilità morale nei confronti di queste immagini interiori e stabilisce un principio di parità  tra mondo esteriore e mondo interiore. Le figure che compaiono nel mondo onirico sono i “prodromi” della materia ed hanno un’influenza decisiva ed invisibile sull’atteggiamento che la nostra coscienza ordinaria ha nei confronti della vita esteriore ed anche nel modo in cui quest’ultima viene percepita. Tale influenza rimane invisibile fino a quando non ne prendiamo consapevolezza proprio attraverso il dialogo interiore con queste immagini. Far emergere alla luce della coscienza il contenuto che vive nella notte dell’inconscio equivale in una certa misura a quel processo che in oriente, a giusta ragione, viene definito con il termine di “illuminazione”. Si tratta in definitiva di riconoscere e stabilire con ognuna di questa immagini onirico – astrali, la giusta relazione.

(il vedi tensegrity: teatro dell'infinito)