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martedì 8 aprile 2014

Primo giorno d'aprile



tra un crepuscolo e un'alba
-Imperatore d'un ritorno-
c'infiamma
lo scherzo di questo
primo
giorno d'aprile


segreta via che a me ti conduce
svela la paterna mano antica
che si burla ancora
al vento
di questa nostra
ventennale fatica


nel reciproco spo(g)liarsi
si vanta
l'armonia del cosmo
e si concentra
nell'unico respiro


rosso
sangue di piccione
divampa nel petto
memore d'una romana
luna che discioglie
la verde, rubea passione
specchiandosi dentro un caffè
di zenzero e limone.



giovedì 8 agosto 2013

ombre



"Bello il futuro quando Non so cos’accadrà Ho mani nude gambe Veloci e cuore potente Fardelli inutili, orpelli Appesantiscono il passo aiutami a liberarmi ad appassionarmi alla mutevolezza alla leggerezza alla naturalezza del riso e del gioco. ora, l’impatto con la semplice aria spacca la mia armatura di paura. so di essere bella, lo ricordo. era un possesso fatuo di me quello che ha permesso di dimenticarmi aiutami a ricordare perché so che non posso vivere, amarmi e donarmi a te se la noia non torna ad essere caos e sudore. cantami l’inno della semplicità sento solo frammenti della sinfonia universale voglio ballarla fino a morire.” (da Poesie d'ombra - Pescomaggiore)

martedì 25 giugno 2013

Dio è un grande intervallo.
Ma fra che cosa e che cosa?
Fra ciò che dico e ciò che taccio?
esisto? Chi è che mi vede?
Sono il mio errore… e l’alta colombaia
sta intorno alla colomba,
oppure al fianco?
Dio non ha unità
come potrei averla io?
l’abisso è il muro che io ho
Essere io non ha misura
Per la Pianura senza sentieri
giunge il cavaliere.
Cammina in pace e piano piano
con paura di Nessuno
L’assenza di Dio è un dio anh’essa.
Il Fato destina estraneo al bene e al male
Prendimi, oh notte eterna tra le braccia
e chiamami tuo figlio.
Mi raccontai nell’ombra, senza trovarmi un senso…
Tutto, anima mia, ha un altro senso,
anche l’avere un senso.
(Fernando Pessoa)


 

 

martedì 18 giugno 2013

La stanza

...delle poche righe (Manni, 2010)





Si affrettava il passo e sembrava si spostasse,
l'unico spazio che all'uomo è concesso
tutto quel vuoto che manca all'adesso


ho seminato parole che non sanno tornare
dimmi cosa c'è tra questo nulla e me





le parole gettate
rimangono sospese
un attimo nell’aria
poi muoiono
precipitando





anniversario degli oggetti
condannati a esser densi
come noi che sorridiamo
tra le radici e le stelle
attraversando un silenzio


in quei palazzi invernali
dove ancora oggi
si raffreddano le stelle

77 reticenze

e io non posso entrare




Stabilisce prima il tuo nome
questa gente di penombra


In fondo a te c'è un pressappoco,
come un forse nelle vene
o un venerdì di nuovo


e dove si rovista per cercarsi
si accumula la carta





ma qui lo sai non ci si salva
si appare solo all'improvviso
non ci si aiuta, si segue la voce
come inquilini d'inverno


divenire è per un attimo confondersi
succubi d’inchiostro
appoggiarsi all’infrangibile.




Di stanza in stanza
così divento casa
al plurale immaginando
mattone su mattone
costruire lontananza
con la calce dell’addio.


                         


 n.b. tutte le poesie e le composizioni artistiche in questo post sono opera di:

Alessandro Assiri

venerdì 5 aprile 2013

metonimizzazione del desiderio



col cuore cavo

senza di te mi sento appeso

come vestito dimenticato nell'armadio

dell'utopia di questa vita

che è la mia, ma senza di me;

atteso che sono niente, 

 non ho niente:

meglio navigare nel mare del nulla

se non posso avere

 tutto.



(levonah)


Poi goccia a goccia misuro le ore.
Nel tutto buio, sotto il mio dolore,
più giù del buio della notte affondo.
    Vuota il tuo sacco, su, parla, poetessa:
    io fiorisco e disfoglio e rigermoglio
    per dare la procura di me stessa
    a chi non può o non vuole quel che voglio.
    Io sono sempre stata come sono
    anche quando non ero come sono
    e non saprà nessuno come sono
    perché non sono solo come sono.
    Signore, da' a ciascuno la sua morte,
    dalla tutta inverata dalla vita;
    ma dacci vita prima della morte
    in questa morte che chiamiamo vita.
 Ogni cosa ti chiama, ti reclama, 
 e mi lascia così, sola e spaurita.
E tutto il tempo testimonia il tempo 
 del dolore indiviso della vita. 
 E in tutto il tempo trovo tregua il tempo
che ti sto accanto, anima ferita.
    Non affogarmi in notti tanto nere
    se prima non mi apri nel cervello
    la porta che resiste del piacere.
    Ora lo sai: ho bisogno di parole.
    Devi imparare a amarmi a modo mio.
    È la mente malata che lo vuole:
    parla, ti prego, Cristoddio!
    Quel desiderio che non trova pace
    e va peregrinando sul tuo corpo...
    e tu mandali a dormire i tuoi pensieri,
    devi ascoltare i sensi solamente,
    sarà un combattimento di guerrieri:
    combatterà il tuo corpo e non la mente.
    (Patrizia Valduga)

Vedi come veloce in te m’inventro,
vedi come lo vuoi e tieni tutto,
vedi che piangi umore dal tuo centro
ecco rientro, e coli dappertutto.
Via di qui, voi, che più non mi resiste,
in piacere si volta il suo gran lutto
Per me dentro di me oltre la mente
il suo corpo su me come una coltre
ma oltre il corpo in me furiosamente
in me fuori di mente oltre per oltre.

Ti voglio qui, ti voglio adesso,
chiudi la bocca e vieni qui, Dio buono,
per ricrearti e ricrear me stesso
 perché non mi ricordo più chi sono.

Solo questo domando: esserti sempre,
per quanto mi sei cara, leggero;
so bene che mancarti,
non perderti, era l’ultima sventura.
(Le cose parlate fra noi due
durante e dopo l’afasia
le cose dette e non dette
fra te e la persona che sono
fra me e la persona che sei
saranno poche o tante, mi domando,
per viaggiare al tuo seguito
per cambiare o rincorrere con te
aereo, nave, fuso orario, età?)
Io che ho sempre adorato le spoglie del futuro
e solo del futuro ho nostalgia,
mai del passato,
ricordo adesso con spavento
quando alle mie carezze smetterai di bagnarti,
quando dal mio piacere
sarai divisa e forse per bellezza
d’essere tanto amata o per dolcezza
d’avermi amato
farai finta lo stesso di godere.

(di Patrizia Valduga (1953) & Giovanni Raboni (1932 – 2004))



lunedì 18 marzo 2013

il filosofo



 

E cosa sei mai tu che ti desidero 
da rimanere sveglia tante notti 
quanti i giorni che esistono 
a piangere per causa tua? 
 E cosa sei mai tu che se ti perdessi, 
nell’avanzare dei giorni 
resterei ad ascoltare il vento 
e a fissare la parete? 
Conosco un uomo più bello 
e altri venti ugualmente gentili. 
E cosa sei mai tu da diventare
 l’unico uomo del mio cuore? 
 Già, il fare delle donne è un fare sciocco 
i saggi diranno certamente, 
e cosa sono mai io, che dovrei amare 
in modo giudizioso e conveniente?

(Edna St. Vincent Millay)

giovedì 28 febbraio 2013

tu...


Tu verrai comunque
perché dunque non ora?
Ti attendo
sono sfinita
Ho spento il lume e aperto l’uscio
a te, così semplice e prodigiosa.
Prendi per questo l’aspetto che più ti aggrada
irrompi come una palla avvelenata
o insinuati furtiva come un freddo bandito
o intossicami col delirio del tifo
o con una storiella da te inventata
e nota a tutti fino alla nausea
che io veda la punta di un berretto turchino
e il capopalazzo pallido di paura.
Ora per me tutto è uguale
turbina lo Enisej
risplende la stella polare
e annebbia un ultimo terrore
l’azzurro bagliore di occhi addolorati
(Anna Achmatova)
 

Stavo su costoni di mondi slegata da
tutte le radici solo fatta di un ridere largo
tutta larga io stessa e un niente popolava
di sopra e di sotto un niente di dentro
vagante acqueo con movimento di sbando
ma poi l'occhio è nato facendo colori
coi nomi e tutta luce tutta luce quando
ho toccato la sua natura calda e bagnata
e ho rotto le acque di sotto nel grande schianto
schizzavo su un tavolo di pietra
sotto pareti con file di piastrelle e
odore di una vecchia
che tirando tirando aiutava.
Mamma, ti ho fatta di colpo e grande
fra le sponde di legno e lo specchio somigliante
e piena di latte fatta parlante
e pettinata e ho fatto anche me con piccoli pugni
il dormire il crescere e tutte le parole.
(Mariangela Gualtieri)
cabo

Sii dolce con me. Sii gentile.
E’ breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
.
E quanta nostalgia avremo dell’umano.
Come ora ne abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani.
Non potremo
fare carezze con le mani. 
E nemmeno guance da sfiorare 
leggere.
Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti..
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
.
Quello che siamo è prezioso
più dell’opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile.
.
La vita ha bisogno
di un corpo per essere
e tu sii dolce
con ogni corpo.
.
Tocca leggermente
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
e scorrere d’acqua e scatto
e becchettio e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno della fioritura,
fino al pezzo di carne sulla tavola
che è corpo mangiabile
per il mio ardore d’essere qui.
Ringraziamo. Ogni tanto.
.
Sia placido questo nostro esserci 
questo essere corpi scelti
per l’incastro
dei compagni 
d’amore.
(M. Gualtieri)

“Una persona matura dà. Solo una persona matura può dare, perché solo una persona matura, ha. Le persone mature in amore si aiutano a essere libere, si aiutano l’un l’altra a distruggere ogni tipo di legame. E quando l’amore fluisce nella libertà c’è bellezza.”


"Qualsiasi stupido può rendere le cose più voluminose, più complesse, più violente.
Ci vuole un tocco di genio - e molto coraggio - per muoversi nella direzione opposta". Albert Einstein

martedì 12 febbraio 2013

il mio tu più esteso

"Tu sei il mio tu più esteso
deposto sul fondo mio. Tu. Non c'è
un'altra forma del mondo
che si appoggi al mio cuore
con quel tocco, quell'orma.
Tu, Tu sei del mondo la più cara..."
(Mariangela Gualtieri)



“L’incontro di due personalità è come il contatto di due sostanze chimiche: si produce una reazione così che entrambe ne saranno trasformate”. (Carl Gustav Jung)

Durante il percorso esistenziale si incontra sempre qualcuno che ci cambia o ci devia la strada: possono essere amanti, amici, compagni di strada, semplici conoscenti che poi si tramutano in punti di riferimento essenziali, che segnano profondamente la  nostra esistenza.  In esergo il pensiero di Jung -esponente della psicanalisi - vuol significare proprio questo: da ogni incontro che non sia meramente convenzionale, non si esce del tutto indenni, ma con una scia nell’anima, e in qualche caso, trasformati.

Signora dei silenzi
Quieta e affranta
Consunta e più integra
Rosa della memoria
Rosa della dimenticanza
Esausta e feconda
Tormentata che doni riposo
La Rosa unica
Ora è il giardino
Dove ogni amore finisce
Terminato il tormento
Dell'amore insoddisfatto
Più grande tormento
Dell'amore soddisfatto
Fine dell'ínfinito
Viaggio verso il nulla
Conclusione di tutto ciò
Che non può essere concluso
Linguaggio senza parola
E parola di nessun linguaggio
Grazia alla Madre
Per il Giardino
Dove tutto l'amore finisce.
...Se la parola perduta è perduta, se la parola spesa è spesa
Se la parola non detta e non udita
E' non udita e non detta,
Sempre è la parola non detta, il Verbo non udito,
Il Verbo senza parola, il Verbo
Nel mondo e per il mondo;
E la luce brillò nelle tenebre e
Il mondo inquieto contro il Verbo ancora
Ruotava attorno al centro del Verbo silenzioso...
Thomas Stearns Eliot

     È maschera tutto ciò che non è la morte. (Emil Cioran, La tentazione di esistere, 1956)



"Non c'è vita
che almeno per un attimo
non sia immortale.

La morte
è sempre in ritardo di quell'attimo.

Invano scuote la maniglia
d'una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto."

(Wislawa Szymborska)


“Nulla è più fugace della forma esteriore, che appassisce e muta come i fiori di campo all’apparire dell’autunno”. (Boezio)

"Non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi”. (Cesare Pavese)




"...E ho visto la luce dei suoi occhi. E sono stato dentro la sua luce. Sono entrato dentro la sua luce. Mi sono alzato dalla sedia, sono andato verso di lei e davanti alla sua luce…”.(Melancholia -Jon Fosse)


Chiunque tu amerai
amalo molto
e di un amore mattutino
che inauguri il suo giorno
benedica nella fiamma
il suo respiro.  (Stefano Maldini)

“Gli era dunque mai successo di perdere a tal punto il proprio cuore, aveva mai amato a tal punto una creatura umana, così ciecamente, con tanto dolore, con tanto insuccesso, eppure con tanta felicità?...
Egli non aveva mai potuto perdersi e consacrarsi interamente a un’altra creatura, commettere pazzie per l’amore di qualcuno; mai aveva potuto fare qualcosa di simile, e questo era stato – così gli era parso allora – la gran differenza tra lui e gli uomini-bambini. Ma ora, dacché suo figlio era con lui, ora anche lui, Siddharta, era diventato un perfetto uomo-bambino, e soffriva a causa d’una creatura umana, amava una creatura, si perdeva per amore, per amore diventava un povero stolto. Anch’egli sentì ora finalmente, per una volta nella vita, questa fortissima e singolarissima tra le passioni, ne sofferse, sofferse lentamente, eppure si sentiva come inebriato, rinnovato e arricchito di qualche cosa. Ben s’accorgeva che questo amore, questo amore cieco per suo figlio era una passione, era qualcosa di molto umano, era samsara, una sorgente torbida, un’acqua non pura. Eppure, così sentiva nello stesso tempo, non era senza pregio, era necessario, veniva dalla sua stessa natura. Anche questo piacere chiedeva d’essere espiato, anche questi dolori chiedevano d’essere assaporati, anche queste pazzie chiedevano d’essere commesse”.  (Hermann Hesse - Siddharta)

lunedì 11 febbraio 2013

amicoblu

 
...sempre meglio non farsi troppe domande, ne crearsi inutili aspettative…
poveri ed inutili poeti…!! 
Si è sempre in attesa che qualcosa avvenga… che quel “qualcuno” arrivi con una valigia gonfia di attenzioni provenienti dall’altro mare, sapida d’altre terre...l’emozione di un arrivo caldo ed abbraccevole…come un’ondata di salsedine che ti bagna inequivocabile per farti sentire finalmente a casa… nella ricerca del bandolo di una storia che alla fine scopri non esistere…che non è mai stata, se non in quei pochi segni lasciati a prosciugar se stessi sulla “Veronica” che mi sono steso addosso perché essere qualcosa sarebbe stato oggetto vago mentre l’essere qualcuno sarebbe stato idiota. Non si è mai troppo di nulla per essere se stessi, perché  mai niente è di nessuno ed il troppo si lava via con la facilità dei sogni! Quando il tempo avrà tirato a riva le sue nasse, forse mi troverò a raccontarti, seduta sulle ginocchia e senza bisogno di parole vere, tutto quello che c’era d’inutile da dire o da tacere… tutto quello che sarebbe stato meglio fare innanzitutto, senza pensare troppo a quale qualcuno fossi stata tu per me e chissà quale cosa avrei scelto d’esser io per te…indefiniti come un pronome, come ciò che siamo…come il cielo quando entra nel mare senza una reale fisica congiunzione oppure quando l’acqua bagna terra sporcandoci entrambi…d’insalata di more!
 

Grigio in embrione sul tornio piccolo del tempo
mani d’acqua e di fango a modellarne le forme
pollice verso ad indicare le curve nel sale e nel fuoco
così pressato e diretto son divenuto al giorno
mentre il mondo vagava a scacciare mosche e fastidi
con avide braccia sventagliate senza mai troppa fretta…
strisce strappate e miracoli in stoffa si facevan preghiera,
per l’uomo che imponeva al traforo di balza sottesa
le pieghe di una gonna al balcone dei sogni.
Decisi  i colori alle parole, la voce ai silenzi lontani
sguardi spiazzanti e indecenti sull’avida linea che si riposa…
azzoppati e ansimanti di punti, virgole e sobbalzi in parentesi
scegliendoti ogni volta per sempre, senza sapere cosa salvare
e da che parte calzare la vita o da quale sponda schivare
il tremulo afflato in composto algoritmo di carne su pelle
per l’assiduo disuso di me in storie vagamente contorte
che affogheranno in una timida te per un viaggio di solo ritorno…
magica osmosi in mimica eclissi di stile per capire qualcosa… sono io o no…
tempo e silenzio… padre e madre dentro una pace che si spoglia dell’ombra!
 
Di quale lampo ti farai scherno
per punire il silenzio avido che ti spoglia
quale strada per le tue mani
tese a negoziare il tempo che ti logora
quali occhi sapranno chi sono io
senza smorzare il buio alla tua pelle
quale musica complice e sensibile
si farà natura per disarmarti dei paramenti
In distesa assenza d’ogni distacco
nello spazio ludico del piacere
ci sarà una gioia di te sovrana,
e al vento… solo languida sottana!
 
Un bacio nasce prima…nasce dentro al cuore quando lo senti farsi voce
nasce dentro agli occhi quando non vedi più che lei,
un bacio nasce prima…quando senti le tue gambe farsi imprecise.
Un bacio nasce prima,nasce dentro al buio dei pensieri
quando senza sole ti si illumina la strada…
Un bacio nasce prima,quando senti il caos farsi silenzio,
la sua voce diventare melodia
e le sue labbra farsi voluttuosamente fame…
Un bacio nasce prima…prima d’esser pelle in confusione,
odore di un ricordo da non indovinare
sapore nuovo di un gusto palesemente buono…
fastidio delle viscere in agitazione…
nasce davvero prima…prima del sospiro che ti gonfia di brividi dappertutto.
Un bacio nasce prima…ed è tutto dentro quelle labbra
diventate un volo dentro la tua vita!
 
Le persone più preziose nella nostra vita sono quelle che vengono in mente all’improvviso. Quelle che lasciano tracce invisibili e, nel contempo, indistruttibili. Non importa il tempo e i modi con le quali ci sono passate accanto… resteranno… perché assumono le sembianze di alcuni preziosi dettagli della vita: una canzone, un paesaggio, un regalo pensato, un soffio di vento, il desiderio di un bacio, la curva di un sorriso condiviso. Quell’insieme di piccole attenzioni che, nel silenzio di un tramonto, ha la luna per il mare… http://massimobisotti.it/

"We are not the same persons this year as last; nor are those we love. It is a happy chance if we, changing, continue to love a changed person. " W. Somerset Maugham

"Love is a spirit of all compact of fire. " William Shakespeare
"Tell me whom you love and I will tell you who you are." Houssaye

You don't marry someone you can live with - you marry the person who you cannot live without.
So much of what we know of love we learn at home.

"Love cures people - both the ones who give it and the ones who receive it." Dr. Karl Menninger


"Love operates in all of my relationships, from the most casual to the most intimate." - Louise L. Hay
Io ti amavo e tu no, chi era quello che avrebbe dovuto fermarsi?Quella sera in macchina, quella macchina sempre profumata di dischi rock e sigarette, quella sera abbiamo fatto l' amore. Niente di strano, lo fanno tutti, lo fanno spesso. Almeno spero. Il problema è che io ti amavo e tu no. Io facevo l' amore e tu mi guardavi il culo. Io ti guardavo negli occhi e tu mi stringevi i capelli. Sinceramente non sono il tipo che fa l' amore dolce, no. Non lo faccio quasi mai. Non è stato facile per me capire se mi stavi amando o se mi stavi soltanto scopando. Tutto sommato mi baciavi, tutto sommato mi accarezzavi il collo e mi ripetevi che ero bellissima. Forse troppo. Ho capito dopo, dopo ho capito. Tu avevi avuto tutto, sempre che tutto sia un corpo da usare. Io volevo ancora tutto, volevo un tuo abbraccio. Non chiedevo tanto, giuro. Forse non chiedevo nemmeno amore. Avrei voluto un po' di rispetto e perché no, un po' d' affetto. "Fa caldo, fammi aprire il finestrino." Ti scansasti dalle mie braccia, dalle mie speranze, dai miei capelli spettinati. Tornasti al tuo posto e io al mio, ti rivestisti, perché chi non si ama non ama farsi vedere nudo. Io avrei voluto guardarti per ore, tu non volevi farti vedere. Accendesti una sigaretta e solo in quel momento mi accorsi che la tua macchina puzzava. Puzzava di fumo, di sesso scadente e di merda, tutta la merda che mi avevi rovesciato addosso. Io ti amavo e tu no, chi era quello che avrebbe dovuto fermarsi?" (Tratto dal libro Meglio soffrire che mettere in un ripostiglio il cuore di Susanna Casciani)

sabato 26 gennaio 2013

"Poesia dei doni"



Ringraziare voglio il divino
labirinto degli effetti e delle cause
per la diversità delle creature
che compongono questo singolare universo,
per la ragione, che non cesserà di sognare
un qualche disegno del labirinto,
per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l'amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il saldo diamante e l'acqua sciolta,
per l'algebra, palazzo dai precisi cristalli,
per le mistiche monete di Angelus Silesius,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l'universo,
per lo splendore del fuoco
che nessun essere umano può guardare senza uno stupore antico,
per il mogano, il cedro e il sandalo,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giornate del 1955,
per i duri mandriani che nella pianura
aizzano le bestie e l'alba,
per il mattino a Montevideo,
per l'arte dell'amicizia,
per l'ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all'altra.
per quel sogno dell'Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell'altro sogno dell'inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me,
per la lingua che, secoli fa, parlai nella Northumbria,
per la spada e Tarpa dei sassoni,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo,
per la musica verbale dell'Inghilterra,
per la musica verbale della Germania,
per l'oro, che sfolgora nei versi,
per l'epico inverno,
per il nome di un libro che non ho letto: Gesta Dei per Francos
per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso d'ottone,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e dell'isola di Manhattan
per il mattino nel Texas,
per quel sivigliano che stese l'Epistola Morale
e il cui nome, come egli avrebbe preferito, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo scrissero
tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l'odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l'oblio, che annulla o modifica il passato,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l'illusione di un principio
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d'Assisi, che scrissero già questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all'ultimo verso
e cambia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché moriva così lentamente,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
per due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per la musica, misteriosa forma del tempo.

Jeorge Luis Borges

giovedì 24 gennaio 2013

dai 'sotterranei dell'anima' vibra la 'luce nera' della poesia




«Al tempo in cui la psicologia era legata alla filosofia e alla religione, essa esisteva sotto forma di Arte. Poesia, Tragedia, Scultura, Danza e la stessa Architettura erano mezzi di trasmissione della conoscenza psicologica». (Pëtr Demianovic Ouspensky)
«Obbligare se stessi a vedere questo è molto doloroso. Questo non significa che io soffro, ma che qualcosa che desidera nascondersi non può sostenere di trovarsi sotto la luce. Essere in grado di vedere se stessi in maniera che qualcuno rimanga sotto i nostri occhi, sotto osservazione, questo è una punizione per l'eternità (riferimento alla parabola della divisione delle pecore e capre nei vangeli). Una cosa è se non abbiamo completamente tradito la ragione della nostra esistenza o completamente sprecato i "talenti" (parabola dei talenti nei vangeli) nelle nostre mani, ma figuratevi in voi stessi qualcuno che ha, e che sempre ha rifiutato di vedere ciò che ha, ma che un giorno si troverà "avendo rifiutato di vedere" costretto a vedere la realtà"».(John Godolphin Bennett)
«Ma l'uomo che dorme non può "fare". In esso tutto si fa nel sonno...Innanzitutto, l'uomo deve svegliarsi. Una volta sveglio, si accorgerà che, così com'è, non può "fare". Dovrà morire volontariamente. Se muore, potrà rinascere. Ma l'essere appena nato dovrà crescere e imparare. Quando sarà cresciuto e avrà imparato, allora potrà "fare"». (Georges Ivanovic Gurdjieff)
“…La ferita mi preesisteva, sono nato per incarnarla…” (J. Bousquet)
max ernst
(Max Ernst, The eye of silence)

“Tutta la densità del suo essere sembra trasferita a due facoltà intatte: la visione e il linguaggio. Linguaggio visivo, muto, e luogo invisibile in cui la realtà si riflette e si ricompone; non espressione della ragione né dell’esperienza, ma rivelazione. Non strumento di comunicazione, ma voce che si parla.
L’opera, nata dall’ombra del silenzio, porta con sé la relazione con una luce che, esprimendosi in un effetto di contrasto, sdoppia l’immagine di questo silenzio, interiore ed esteriore.
A partire da questo vissuto, rianimato dall’immaginazione e dal sogno, Bousquet si dispone ad apprendere i gesti e i movimenti che lo dispongono verso il Silenzio che risuona interiormente come non-suono. La scrittura non può che gridare l’incomunicabile, perché questo silenzio è segnato dalla contraddizione stessa del linguaggio: “aprire una via” per avvicinarsi all’irraggiungibile”
(dalla postfazione a “Tradotto dal silenzio” di Bousquet)

"l’uomo è in se stesso più grande e più forte di tutto ciò che è. E’ la grandezza, il divenire e la morte delle verità e delle cose, di cui è anche la sorgente." (op. cit., pag. 54-55 “Tradotto dal silenzio” Joë BOUSQUET)

***
Madrigale
Dal tempo che era amata stanca di se stessa
Lei aveva giurato d’essere questo amore
E ne fu l’incanto lui ne fu il poema
La terra è leggera a promesse passate
Il vento piangeva gli uccelli migranti
Cullando i mari sulle ali di sale
Prendo la stella con una bella nuvola
Se la pagina bianca ha consumato il cielo
Nell’aria che fiorisce al suo riso
C’è un vecchio cavallo color del cammino
Capisci al suo passo la morte che m’ispira
E che va senza me a chiederne la mano
Poema della sera
Su un giaciglio sfinito
Il lampo che oscura un istante
Mette la veste di fumo
E segue il vento distante
Su terre senza memoria
Ogni piede ha la sua scarpa
L’ala è bianca l’ala è nera
Il giorno è solo metà
E su una trama di cenere
Dove l’uomo non è che i suoi passi
Il cuore palpitò per cogliere
Ciò che uno sguardo non vede
E’ la speranza che un mondo a venire
Abbia fatto buio con la nostra ombra
E sorridendoci alla finestra
Abbia solo i nostri occhi per vedersi
Dietro le quartine che lei ispira
Ai giorni che dubitano di te
La vita ha i suoi denti per sorridere
Di ciò che una volta era già stata
L’ombra gemella
Varca la notte senza sponde
Se tu sei solo vagamente
L’oblio restituirà il tuo volto
Al cuore da cui nulla è assente
Il tuo silenzio nato da un’ombra
Che a tutto il cielo l’ha unito
Schiude l’amore dove ti abbandoni
Alle braccia di un doppio infinito
E annullandoti sotto i tuoi veli
Presi alla notte da un fiore
Concede occhi alla stella
Di cui la tua ombra è il cuore
Le galant de neige
Même un  désir menteur de son deuil se chagrine
l’istant qui n’a pu naître est pleuré dans tes jours
ou ta chair trompait-elle un tourment d’orpheline
au néant maternel d’un amour sans amour

 (poesie tratte da "La conoscenza della sera"di Joë BOUSQUET )


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Il linguaggio non è una vana sequenza di parole, è l’atmosfera stessa dell’anima, un’alba che s’illumina, non certo del sole, ma di ciò che la terra dischiude in noi, sul fianco oscuro dello sguardo.
*L’uomo non è, ma nasce. La sua esistenza è l’analogia interiore dei suoi istanti più alti; egli non è questa assonanza ma colui che la guarda. E’ spirito, e la sua vita è il segno di questo spirito.
*
La coerenza della nostra vita trova la sua immagine nello stampino di sabbia del nostro corpo, l’io non è che l’intuizione di una compiutezza in cui ci è impedito di perderci, come nell’immaginazione universale…
*
Sono taciturni i sogni. La visione vi supera i suoni: la si direbbe portata su ali d’uccello. Isolate, delle voci vi seguono. E anche, mi sembra che esse conducano e riconducano al sogno; sempre udite un po’ di lato, come quelle voci che percepisco a metà nella corte che mi separa da mia madre.
*
Non sono dove mi si vede. Ho tutta l’altezza del giorno che ci rischiara insieme e che dovrebbe essere così vasto e illimitato da reggere la notte calda e vitale che mi colma. Questo giorno è più alto del cielo: vede nei miei occhi, deve vedere nei miei occhi la strada che fa percorrere a chi viene da me, a chi mi accosta per donare i giorni sgorgati per me dalla terra, dalla cenere fredda in cui ogni mattino s’interroga prima di appartenermi.
*
L’esperienza del sogno m’aiuta a vivere senza annullare la mia persona: previsione oscura, segreta, che si sostituisce alla conoscenza dell’avvenire, che mi dissuaderà dal vivere e amare. Non conosciamo l’avvenire, non ne riceviamo il colpo: ce lo nascondiamo, ma ci culliamo con lui, entriamo da sonnambuli in questa vita smisurata… Quale grandezza, di cui non siamo che l’eco, ci rende quel che siamo?

*

Ogni grande opera è vocazione. E’ per ogni uomo un modo di concepire se stesso, un modo che gli spiana la strada… Quel che crediamo di essere non è che la nostra volontà, la vita che realizzeremo è tutta la sua ombra. Assieme a questo corpo fragile, anch’essa calcola gli ostacoli con cui si farà grande, per renderci infine interamente presenti alla coscienza, sorgente di tutto il nostro essere.
*
Non ho potuto donare un nome a quel giorno prezioso in cui la mia donna in lutto è venuta a visitarmi, purificata dalle sue lacrime.
*
La donna che amo mi dona il risveglio. Credo di immaginare il suo corpo: è l’acqua profonda dei miei occhi che assume toni di pelle, al fine di tuffarmi nel mio stesso sguardo. Ma come riconoscerla subito ogni giorno, quando, per trovarla, sotto il cappello bianco, tra la tenda e il muro, è necessario che esca dall’ombra in cui la sua bionda chioma m’avvolge e rende ogni cosa un sogno, la mia casa, le stanze, tutto ciò che ella calpesta per giungere a me nel suo livido tailleur. Voglio che mi faccia scordare perfino il nome dell’amore. E’ un prodigio, è un incantevole dono che ella possa apparirmi e ridestare i miei giorni, senza destarmi dal sogno in cui la sua figura mi apparve.
*
L’amo sempre di più. Mi sono serviti anni per nascere da lei. Il suo corpo, davanti a me, si spoglia della mia ombra, diventa tutto il mio sguardo e me ne fa un rifugio.
*
Come morire? Assorbito ciascuno dalla propria notte viva… Così un uomo immobile diventerà una stella; l’occhio del gatto che un bambino aveva creduto vedere al posto del suo sguardo.  (da “Il silenzio impossibile"di  Joë BOUSQUET)
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 « Elle était comme une étoile tombée dans la neige. Le silence éternel de tous les endroits où elle irait danser…Elle n’aurait plus été en ce monde qu’un rayon perdu si la lumière ne s’était faite chair pour la toucher…J’ai compris…je sais que certains instants sont la forme accessible de l’absolu. » (Traduit du silence)

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« La vie connaît mieux que la joie ou la lumière tout ce que l’on peut obtenir en cette vie » Maître Eckhart  
« Je voudrais être votre amour, vos yeux, votre voix. »Joë Bousquet




***
Il quaderno nero (1938 - 1945) è costituito da una sorta di tema e variazioni sul rapporto amoroso sadico, masochistico, sodomitico, fisico e mentale a un tempo. Ed appunto tutto lo scritto è un tentativo di rendere la complessa unitarietà tra corpo e mente, tra passione, emozione, fisicità, tenerezza, crudeltà. I gesti ricorrenti, le note che costituiscono la parte riconoscibile della diverse angolature da cui è ascoltata la melodia, sono la sodomizzazione, la sculacciata, la flagellazione, il sorprendere la donna nell’intimità in pose oscene e la luce che sempre promana dai corpi. L’incipit è d’una bellezza sconvolgente. Già il titolo del primo capitolo: Poesia del corpo nell’amore. E le prime frasi:  Adoravo quella ragazza. Il volto era la coscienza del suo sguardo. S’alzava in volo nei suoi tratti gettandomi nell’ombra che si diffondeva dietro di lui. Non so dirlo più chiaramente.
Appena mi appariva, l’oblio del reale prendeva il mio posto
Il gioco tra reale e quello che sarà definito come «il bagliore raggiante della sua [della donna] nudità» è costante. Ma non è solo la nudità a fondare l’esistenza del narratore; il volto stesso, la figura, anzi l’immagine della donna lo proiettano in una certezza più certa che l’esistenza di sé e del proprio pensiero: Vieni da ciò che di più oscuro è in me, a guidarmi gli occhi verso il tuo volto. Sei bionda. In me sei la necessità della tua esistenza. Non so ma è certo che ti ho incontrata. Questa certezza si forma altre la mia fede nella realtà delle cose. Sei tutta la forza della mia vita in una fragilità che mi fa pensare all’infanzia Quando fa capolino uno scorcio di narrazione, tra tutto il vortice di sensazioni e illuminazioni, si è preda di un’angoscia verso la propria esistenza stessa. Tutto dipende da lei, dal suo corpo; i fiori stessi appassiscono al suo ritardo. Se ella non verrà, l’esistenza stessa sarà meno certa: Musica affinché tutta l’oscurità sia nella musica che me la ricondurrà dalla festa. È tardi: è da molto che l’aspetto: mi sembra che i fiori disposti in suo onore abbiano perduto un poco del loro splendore. Tutti i rumori della città si caricano della mia angoscia per dilaniarmi dentro coi suoi morsi. Forse lei rinuncerà a venire come mi aveva promesso. Per incantare l’attesa ho suonato le arie che piacciono a lei, attraverso le quali mi sembra di entrare nella realtà della sua angoscia di donna, di trarla dalle mie tenebre come una tenebra più profonda che la ricopre della sua carne solo seppellendomi sotto il brivido della mia E quando ella arriva, tutto si modula secondo la musica. Tutto è colmato dalla sua presenza musicale ed infine splende la bellezza della donna che ancora una volta conduce all’oblia delle sensazioni, per far giungere ad una dimensione più profonda: Appena ho sentito i suoi passi salire spediti le scale mi è parso che il mio sguardo ricadesse con tutto il suo peso a terra e ci fosse sotto la realtà che ci univa un intero mondo musicale che la bellezza della luce stava per ricoprire sotto la scia silenziosa in cui le immagini s’illuminavano di tutta la mia presenza. [...] Allora si rivelò in lei un silenzio in cui la sua bellezza era tutto: mi parve che d’un tratto si fosse aperto sotto la mia emozione un baratro nel quale si compenetravano di uno strano oblio tutte le mie sensazioni E, ancora una volta, il sentirsi, per mezzo del sorriso, degli occhi, della danza di lei, parte di un mondo altro, di un mondo dopo il mondo: Prima di ogni pensiero c’è la fine del mondo nella suprema bellezza di un volto… Tu la bambina che danza e sorride: oh! i suoi occhi azzurri dove brucia tutta la luminosità cui la mia anima si ispira affinché non sia altro che tenebra in fondo al mio sguardo che la scopre vivente in questo mondo Così, lungo il vortice, il fluire indistinto di pensieri e sensazioni che infine si concludono col ricondurre la donna «presso la sua dimora dove si radica tutta pensosa», come se anche il pensiero fosse scandito e distinto solo col cessare dell’atto erotico, atto che invece abbatte le distanze soggettivo-oggettive e la distinzione tra “io” e “tu”. V’è anche una dialettica tra luce e tenebra: la luce del corpo giunge da lontananze tenebrose, l’oscurità si compenetra della luce e solo in ciò vi è la sveltezza delle essenza, l’oblio del reale a favore di una nuova certezza fondata nell’unione profonda con l’altro. Parimenti, uomo e donna si sintetizzano nel rapporto sessuale al limite dell’androginia; le prospettive biologiche e cosmologiche sono risolte in passi come questi: La profondità della carne è sotto l’influsso del fuoco terrestre. La profondità degli occhi è nell’irradiazione del sole. Il sole e la terra girano in senso inverso l’uno all’altro. L’uomo è sempre nell’utero della donna che ama. E attraverso la sua carne sonda la profondità della propria. Nato dalla donna, e uscito da lei, ho il centro fisico della carne nella cellula del suo sesso. E forgiato a partire da quel germe, il mio sesso d’uomo può solo creare la sua forma intorno alla mia se vuol rammemorarsi di tutta la sua vita animale. E in questa vita animale che riluce nella rammemorazione, torna in mente l’animalità rilkeana dell’ottava elegia udinese: Poiché vicino a morte più non si vede morte, si guarda fisso fuori, forse con sguardo grande d’animale. Gli amanti, se non ci fosse l’altro che la vista preclude, sono prossimi a questo e hanno stupore….Anche qui qualcosa di diverso dalla realtà comunemente intesa, ossia l’Aperto (das Offene), che gli animali vedono con tutti gli occhi e che il morente e gli amanti intuiscono regredendo all’animalità. Una nota di tenerezza, in cui ben riluce l’unione tra la mera carnalità ed il sentimento amoroso. L’unione è l’Erotico: Sollevato al di sopra del sedere, il vestitino incorniciava come un fogliame quel tenero frutto di luce e d’amore. Sottovoce, attraverso lo spessore dei cuscini, lei pronunciava parole d’amore e dovetti chinarmi per coglierle. Il ferito, l’infermo, l’immobile è riuscito a mettere in opera l’erotico a cui non può più accedere se non in ciò che lo rende tale: il ricordo immaginoso. La memoria lavora sulle immagini e le rende reali oltre il reale. La percezione del proprio corpo che non si percepisce più, sconfina nel corpo ricordato o osservato delle donne. Dalla penombra della stanza, dal confine immobile del letto, fondato oltre la fede nella realtà delle cose, impera l’erotico svelato nella sua essenza visiva e immaginale.
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(bibliografia:
J. Bousquet: Il quaderno nero - Tradotto dal silenzio - Il Silenzio Impossibile - La conoscenza della sera;
A. Carotenuto, I sotterranei dell’anima. Tra i mostri della follia e gli dèi della creazione;
A. Marchetti, La luce della carne  in J. Bousquet, Il quaderno nero;
 R. M. Rilke, Ottava Elegia, in Poesie, Einaudi)

I have been lucky, that my condition has progressed more slowly than is often the case, Stephen Hawking said. File Photo
...per me Stephen Hawking, anche oggi settentenne, è  un 'mito' di vera, autentica bellezza:
è genio, è arte, è musica...
è colui che non si risparmia,
che mostra il suo bambino magico con gli occhi colmi di autentica poesia...