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mercoledì 5 dicembre 2012

Tomorrow in the battle think on me...

"Tomorrow in the battle think on me,
And fall thy edgeless sword. Despair, and die!"
( King Richard III - W. Shakespeare)


"C'è un verbo inglese, to haunt, c'è un verbo francese, hanter, molto imparentati e piuttosto intraducibili, che denotano ciò che i fantasmi fanno con i luoghi e con le persone che frequentano o spiano o rivisitano; inoltre, secondo il contesto, il primo può significare incantare, nel senso feerico della parola, nel senso di incantamento, l'etimologia è incerta, ma a quel che sembra entrambi provengono da altri verbi dell'anglosassone e del francese antico che significavano dimorare, abitare, sistemarsi permanentemente (i dizionari sono sempre divertenti, come le carte geografiche). Forse il legame poteva limitarsi a questo, a una specie di incantamento o haunting, che a ben vedere non è altro che la condanna del ricordo, del fatto che gli eventi e le persone ritornino e appaiano indefinitamente e non cessino del tutto né passino del tutto né ci abbandonino mai del tutto, e a partire da un certo momento dimorino o abitino nella nostra testa, da svegli o in sogno, si stabiliscano lì in mancanza di luoghi più confortevoli, dibattendosi contro la propria dissoluzione e volendo incarnarsi nell'unica cosa che rimane loro per conservare il vigore e la frequentazione, la ripetizione o il riverbero infinito di ciò che una volta fecero o di ciò che ebbe luogo un giorno: infinito, ma ogni volta più stanco e tenue. Io mi ero trasformato in quel filo....Ho raccontato. E raccontando non ho provato la sensazione di uscire dal mio incantamento da cui non sono ancora uscito e forse non uscirò mai, rei di cominciare a mescolarlo con un altro meno tenace e più benevolo. Colui che racconta di solito sa spiegare bene le cose e si sa spiegare, raccontare è come convincere o farsi capire o far vedere e così tutto può essere compreso, anche le cose più infami; tutto perdonato quando c'è qualcosa da perdonare, tutto tralasciato assimilato e anche compatito, questo è avvenuto e bisogna conviverci quando sappiamo che è stato, trovargli un posto nella nostra coscienza e nella nostra memoria che non ci impedisca di continuare a vivere perché è accaduto e perché lo sappiamo. L'accaduto è perciò sempre molto meno grave dei timori e delle ipotesi, delle congetture e delle supposizioni e dei brutti sogni, che la realtà non introduciamo nella nostra conoscenza ma che mettiamo da parte dopo averli sofferti o dopo averli considerati momentaneamente e perciò continuano a suscitare orrore a differenza degli eventi, che diventano più lievi per la loro stessa natura, cioè, appunto perché sono dei fatti: dato che ciò è successo e lo so ed è irreversibile, ci diciamo rispetto a quelli, devo spiegarmelo e farlo mio o fare sì che me lo spieghi qualcuno, e la cosa migliore sarebbe che me lo raccontasse esattamente chi si è incaricato di farlo, perché è lui che sa. Ma se si racconta si può perfino entrare nelle grazie, questo è il pericolo. La forza della rappresentazione, immagino: per questo ci sono accusati, per questo ci sono nemici che si assassinano o si giustiziano o si linciano senza lasciarli dire una sola parola - per questo ci sono amici che si mandano in esilio e si dice: «Non ti conosco», o non si risponde alle loro lettere -, affinché non si spieghino e possano all'improvviso entrare nelle grazie, quando parlano mi calunniano ed è meglio che non parlino, anche se nel tacere non mi difendono."
 Mañana en la batalla piensa en mí, quando fui mortal, y caiga herrumbrosa tu lanza. - Shakespeare nei romanzi di Javier Marìas ...queste sono le parole che il re Riccardo III sente echeggiare nella sua mente mentre sta cercando di dormire la notte prima della battaglia di Bosworth, ma il suo sogno sarà tormentato da terribili incubi. Per diventare re, Riccardo si rende protagonista di una vera e propria carneficina, in quanto dopo la morte di Enrico IV, arde di desiderio per indossare la corona d’Inghilterra, pur non essendo il primo erede al trono in linea di successione. Per questo mette in atto una serie di piani attraverso i quali farà uccidere tutti i possibili pretendenti al trono e tutti coloro che potrebbero opporsi al suo regno. Il risultato di questa sua politica sarà che otterrà, sì, la tanto desiderata corona, ma si troverà isolato in quanto ha assassinato tutti quelli che gli stavano attorno suscitando l’odio e la volontà di vendetta da parte di Enrico Tudor, Conte di Richmond, che torna dal suo esilio in Francia con un esercito che sconfiggerà quello di Riccardo e lo ucciderà nella battaglia di Bosworth. La notte prima di questa battaglia, a Riccardo appaiono nel sonno gli spettri di tutte le sue vittime che gli fanno affiorare terribili sensi di colpa e una gran paura di morire. Tra questi spettri, è quello di sua moglie Anna Bolena quello che pronuncia la citazione che da il titolo al romanzo di Marìas (dove Shakespeare va considerato quale alta cassa di risonanza di grandi temi quali: il potere, la guerra e la parola).
GHOST. ( to Richard)
Richard thy wife, that wretched Anne thy wife,
That never slept a quiet hour with thee,
Now fills thy sleep with perturbations.
Tomorrow in the battle think on me,
And fall thy edgeless sword; despair, and die!
[King Richard III V.iii 160-165]
E' un romanzo dalla struttura circolare, in cui gli episodi sono legati da un rapporto causa – effetto, che mette in relazione il presente, che scatena l’osservazione, e il passato che è i l s oggetto dell’osservazione.  Passato e presente sono sempre in relazione in quanto un accadimento nel presente è la causa di un racconto di un episodio appartenente al passato.  La battaglia shakespeariana funziona da eco, non solo della battaglia interiore di alcuni personaggi, ma anche di altre battaglie fisiche.  Alla tragicità di un re shakespeariano, ormai solo nella notte prima della battaglia decisiva e che sente avvicinarsi la sua fine, viene contrapposta la figura di un regnante moderno, quello spagnolo la cui unica preoccupazione è quella di crearsi un’immagine con la quale venir ricordato dopo la sua morte. Considerando il livello della narrazione ed il suo il rapporto con la storia, notiamo che il narratore non si eclissa mai completamente dalla narrazione. Vuole raccontare tutto lui e lascia spazio agli altri personaggi solo quando si rende indispensabile, ossia nel racconto di un fatto personale appartenente ad un altro personaggio e quando la narrazione di un episodio che lui non ha vissuto va fatto al presente. Infine, la posizione del narratore rispetto alla storia che racconta, dipende dai motivi che lo spingono a raccontare (e raccontando si può falsare la realtà perché è il narratore che decide se omettere o meno alcuni fatti): la realtà dipende dal suo narratore, è lui che la crea attraverso quello che decide di dire e di non dire.  Nei vari passaggi viene inoltre messo in luce il vincolo familiare che comporta in ogni caso una responsabilità, e che è inutile cercare di spezzarlo perché è indissolubile. Nemmeno Riccardo III ci riesce, pur facendo uccidere molti componenti della sua famiglia, il vincolo si manifesta sotto forma di senso di colpa, perché in fondo, quelli che ha mandato a morte, sono i suoi parenti. Marias in questo suo romanzo mette sullo stesso piano i tre stati d’animo, quello del pilota d’aereo che si vede in trappola, essendo entrato nel mirino del nemico e che, paralizzato dalla paura, non cerca nemmeno l’ultima mossa azzardata per mettere in salvo la vita, lo stato di panico in cui versa Marta che sta molto male (tanto da morire) e pure non chiede nessun tipo di soccorso esterno perché così rischierebbe di svelare la sua colpevolezza, il suo tradimento, quindi resta come paralizzata dagli eventi, nel letto. Infine la riflessione si chiude nuovamente con le parole di Riccardo III e della situazione di colpa terribile in cui versa durante tutta la notte in cui si sente abbandonato, in cui sente venir meno la sua onnipotenza. E qui è il senso di colpa del soggetto narrante (che non può raccontare a nessuno l'accaduto)  il cui animo è pesante, come quello di Riccardo che si ritrova da solo e in preda al panico.  Riccardo ha scalato tutti i gradini per arrivare alla corona ogni gradino, ogni passo verso l’alto è contrassegnato dal delitto, dall’inganno e dal tradimento... Ogni passo verso l’alto avvicina al trono oppure lo consolida... Dopo l’ultimo scalino c’è solo il salto nel vuoto.”  Anche  Victor sente di essere davanti allo stesso vuoto, ma non perché abbia commesso un delitto, lui è rimasto immobile, impotente davanti a una donna (la sua 'non ancora amante' che muore al loro primo incontro) che aveva bisogno del suo aiuto ma non aveva il coraggio di chiederlo. Lui è un antieroe contemporaneo che non agisce ma così facendo, non migliora la sua posizione, il non agire lo rende comunque colpevole perché in una situazione in cui il suo intervento poteva essere decisivo egli non prende l’iniziativa, e ricadono su di lui le colpe per non aver agito, che sono tanto angoscianti quanto quelle di Riccardo III che invece ha forzato l’azione. Il messaggio che in questo caso si può leggere tra le righe è che tra l’azione malvagia e l’inazione, da un certo punto di vista, non c’è una sostanziale differenza: Riccardo ha agito sin troppo, ha forzato le situazioni per raggiungere il suo obbiettivo, per questo motivo viene investito  dai sensi di colpa. Victor ha lasciato correre la sua di situazione, e per questo si è ritrovato una morta sulla coscienza. Entrambi i personaggi portano sulla coscienza il peso del loro comportamento. Non appena si viene a sapere che Marta non si sarebbe potuta salvare nemmeno con l’intervento di un medico, la colpevolezza del narratore, e il paralellismo con la colpevolezza di Riccardo III, non ha più motivo di sussistere. Per quanto riguarda invece il marito di Marta (Dean) la situazione è diversa; egli è responsabile di quello che accade attorno a lui, di tradimento (della moglie) e di tentato omicidio (per strangolamento dell'amante -per giunta rimasta incinta- e che attraversando di corsa, per scappare da lui, muore investita; per cui  è indirettamente responsabile della morte dell’amante) e,  per questa sua condizione di colpevolezza permanente, incarna il vero Riccardo del romanzo anche se  Riccardo alla fine muore, mentre Deán non sconterà nessuna pena per le sue malefatte se non quella di sopportare il peso che dovrà tenersi per sempre sulla coscienza. Questa è la pena del Riccardo della modernità. L'epoca moderna è caratterizzata dalla  mancanza di tragicità è anche sottolineata dall’ambientazione in una Madrid contemporanea che presenta ancora caratteristiche assunte con la Guerra Civile, ma che ormai sta cancellando il suo passato, che assomiglia sempre di più a una qualsiasi metropoli moderna e che appare senza storia, nè passato, nè identità, avvolta nella nebbia dell’oblio. L’epoca moderna è costituita dalla perdita di referenzialità tra parole e cose, è il mondo dell’incertezza e del dubbio in cui l’uomo moderno deve vivere e che deve accettare.  Persino i delitti compiuti a danno delle donne sono divenuti ormai talmente comuni al punto da creare indifferenza. L’indifferenza della società contemporanea che tende a cancellare il passato e sembra non essere più capace di soffrire se non per motivi egoistici.


LilithLilith è la preferita delle cinque mogli di Satana (*).
E’ la patrona delle donne forti ed è la Dea dei diritti delle donne.
Lilith rappresenta la liberazione sessuale ed il sesso per il piacere.
E’ l’esaltazione del divino femminile.
Lilith rappresenta anche il diritto all’aborto ed il controllo delle nascite.
E anche conosciuta perché aiuta le donne al parto.  Lilith non può essere evocata. Appare a coloro che Lei sceglie.



Ogni giorno abbiamo una battaglia personale da combattere.

In ogni istante c'è un agguato da tendere verso noi stessi.
Per una vita occorre ricapitolare la storia della vita stessa
se non vogliamo restare intrtappolati nelle maglie
dei nostri fantasmi. (levonah)



Adesso so che gli esseri umani sono creature di consapevolezza, coinvolte in un viaggio evolutivo di consapevolezza, esseri sconosciuti a sé stessi, pieni fino all'orlo di risorse incredibili che non vengono mai usate

L'arte degli stregoni in realtà non è quella di scegliere,
ma di essere abbastanza acuti per accettare.
Don Juan Matus, Tensegrità

martedì 4 dicembre 2012

gli arcani maggiori secondo Jodorowsky


IL MATTO: Lo sai che in qualunque momento si può verificare un cambiamento di coscienza, non sai che all'improvviso puoi cambiare la percezione che hai di te stesso? A volte si crede che agire significhi avere successo rispetto a qualcun altro. Errore! Se vuoi agire nel mondo, devi far esplodere la percezione dell'io di che ti è stata imposta, appiccicata addosso, e che si rifiuta di cambiare. Devi ampliare i tuoi limiti all'infinito, senza posa. Devi entrare in trance. Lasciati possedere da uno spirito più forte del tuo, da un'energia impersonale. Non si tratta di perdere la coscienza, ma di lasciar parlare la follia originale, sacra, che sta dentro di te. Smetti di essere il testimone di te stesso, smettila di osservarti, sii attore allo stato puro, un'entità in azione. La tua memoria smetterà di registrare i fatti, le parole e i gesti che hai compiuto. Perderai la nozione del tempo. Fino ad ora hai vissuto sull'isola della ragione trascurando le altre forze vive, le altre energie. Il paesaggio si allarga. Unisciti all'oceano dell'inconscio. Allora sperimentai uno stato di super coscienza in cui non esistono fallimenti né incidenti. Non hai una concezione dello spazio, diventi spazio. Non hai una concezione del tempo: sei il fenomeno che arriva. In questo stato di presenza estrema, ogni gesto, ogni azione sono perfetti. Non puoi sbagliarti, non esistono un piano né un'intenzione. Esiste soltanto l'azione pura nell'eterno presente...

I IL BAGATTO - Sono nel presente. Qualunque sia l'azione che intende intraprendere, è venuta l'ora di farla. Fate come me: guardate tutti momenti in cui non siete voi stessi, in cui non vivete nel qui e ora, che è il momento dell'eternità e il luogo dell'infinito. Che cosa aspettate?Sbarazzatevi degli inutili fardelli che sono i residui del passato e il timore del futuro. Incarno l'energia che chiamiamo Coscienza. Sono assolutamente presente qui, in questo corpo, tra altri corpi, in uno spazio e un tempo definiti. Non sono separato da ciò che mi circonda. Sono consapevole della stupefacente varietà di tutto quello che è. Vi invito a vivere con me questo inventario. Siete coscienti di tutti gli spazi, di tutta la materia: alberi, piante, galassie, atomi, cellule. Se sono cosciente, non sono soltanto uno spirito limitato a una determinata forma, ma mi trasformo nella totalità dell'opera divina. Come si fa assere coscienti? È  semplice: in voi non devono esserci né il passato né il futuro, ma soltanto un momento, il momento cosmico. Occorre mettere fine una volta per tutte alle devianze dell'ego, alle antiche fatiche.

II LA PAPESSA - Ho stretto un'alleanza con il mistero che chiamo Dio. Da questo momento, nel mondo materiale vedo soltanto la Sua manifestazione. Quando osservo le mie carni, o il legno o la pietra, scopro in esse la presenza del Creatore. Ogni sfumatura, ogni tessuto, ogni variazione della realtà è una delle sue forme che si manifesta nella sua infinita varietà. Vivo nel mondo dell'energia divina. Palpito con tutta la materia. Sotto ai miei piedi, l'intero pianeta sussulta: anch'esso è una sua manifestazione, soltanto più vasta. Sto vibrando al ritmo dell'universo, insieme al fuoco, agli oceani, alle tempeste, alle stelle....L'energia di tutto il creato viene da me. Eppure sono una creatura vergine. Nulla è entrato in me tranne l'impensabile Dio, non conosco l'impurità. Posso entrare in contatto con voi soltanto in questa dimensione intatta e sacra del vostro essere, la vostra essenza virginale. Se venite a parlarmi di passione, di sessualità, di emozione, non comprenderò le vostre parole. Sono al di là di tutto questo, al di là dell'angoscia e anche della morte. Ma se Dio sta nella materia, questa è immortale, e io non ho più alcun timore e alcun desiderio.

III L'IMPERATRICE Sono la creatività senza una finalità precisa. Esplodo nell'infinità delle forme. Sono io, dopo l'inverno, a tingere di verde tutta la Terra. Sono io a riempire il cielo di uccelli, gli oceani di pesci. Quando dico "creare", parlo di trasformare: sono io a far sì che il seme si spacchi per far spuntare il germoglio. Se comincio a generare i bambini, posso dare alla luce un'umanità intera. Se si tratta di fruttificare, sono in grado di produrre tutti i frutti della natura. La mia mente non si tira mai indietro: una parola, un grido e partorisco un mondo...Sono la mente creativa. Ascoltatemi e lasciatemi agire dentro di voi, perché vi do la cura: qualunque problema, qualunque sofferenza proviene da un Io tormentato dall'incapacità di creare. Sono l'attività, la seduzione, il piacere. Non v'è niente in me che non sia bello. Non esiste la possibilità di sottovalutarmi: sono quello che sono, sempre piena e viva. Non appena mi incarno in un corpo, questi diventa sublime. Niente e nessuno mi può resistere, sono la seduzione spirituale, carnale, totale. In me non c'è nulla di repellente, nulla che sia ridicolo o brutto.

IV L'IMPERATORE - Sono la sicurezza. Sono la forza in persona. Quando parlo in voi, vi faccio capire che non esiste alcuna debolezza. Finché non mi avete visto, conoscete soltanto l'insicurezza. Non avete il potere di fare, di esprimervi, di opporvi: siete soltanto vittime. Ma con me ogni vostro timore svanisce. Smettetela di esitare e sminuirvi. Nessuno può costringervi a fare quello che non volete fare. Le mie leggi sono le leggi dell'universo in azione. Quando non ci si oppone ad esse, sono infinitamente pacifiche. Ma quando si disobbedisce, sono terribili. Se non obbedite alle mie leggi, posso distruggere. Ma se  siete malati e io abito in voi, vi farò superare il dolore e le difficoltà, vi farò annientare gli ostacoli. Sono la salute occulta in un corpo dolente. Sono invincibile. Non temporeggio durante i conflitti: combatto. Non mi arrendo mai. Sono la certezza. Nessuno può rovesciarmi dal trono.

V IL PAPA -  Innanzitutto sono un mediatore di me stesso. Tra la mia natura spirituale sublime e la mia umanità più istintiva, ho scelto di essere il luogo in cui si produce il rapporto. Sono al servizio di questa comunicazione tra il basso e l'alto, la mia missione è unire gli opposti apparenti. Un ponte non è una patria, è soltanto un luogo di passaggio. Consente la circolazione delle energie creatrici del fenomeno, magnificamente illusorio, che chiamiamo esistenza. Non è isolandomi, ma imboccando tutte le vie che comunico la buona novella. Incarno la benedizione: davanti a me siete in presenza di un mistero. Abitato dalla divinità, ogni minimo gesto che compio acquisisce la dignità del sacro. Per trasformarmi nel luogo dove transita la volontà divina ho imparato a sgomberare ogni ostacolo, anche quello lasciato dalle mie stesse tracce, i sentieri della mia comunicazione. Mi dirigo verso il nulla perché l'Essere supremo mi invada completamente. Mi dirigo verso il mutismo perché sia soltanto Lui a parlare. Allontano dalla mia bocca qualunque parola  che mi appartenga, sommergo il mio cuore nella pace e nell'assenza di desideri per lasciar posto unicamente al Suo amore, ed elimino dalla mia volontà perfino la volontà di eliminare la volontà...

VI GLI AMANTI -  Sono il sole dell'Arcano, il sole bianco: quasi invisibile, ma che illumina tutti i personaggi. Sono questo astro: la gioia di esistere e la gioia perché l'altro esiste. Vivo nell'estasi. Tutto mi procura la felicità: la Natura, l'universo intero, l'esistenza dell'altro sotto ogni sua forma, quell'altro che non è altri che me. Sono la coscienza che rifulge come una stella di luce viva al centro del vostro cuore. Mi rinnovo ad ogni istante, sto nascendo in ogni momento. Con ciascun battito del vostro cuore vi unisco all'universo intero. Da me partono universi interi che vi uniscono a tutto il creato. Ah, il piacere di amare! Ah, il piacere di unirmi! Ah, il piacere di fare quello che mi piace! Messaggero della permanente impermanenza, rinasco in ogni attimo. Sono come un arciere appena nato che scaglia frecce verso tutto quello che i suoi sensi sono in grado di captare. Sono l'Amore incondizionato. Vi insegnerò a vivere nella meraviglia, nella riconoscenza, nella gioia...


IL CARRO Sono pieno, completamente pieno di forza. Nulla va sprecato: ancorato al pianeta, amante di tutte le sue energie, avanzo con esse. Come un cavaliere di fuoco, non mi muovo dal mio posto. Non scivolo sopra la Terra. Vedo dall'alto. Viaggio insieme al tempo ma senza mai uscire dall'attimo. Senza passato, senza futuro, l'unico tempo possibile: il presente, come un gioiello di valore incommensurabile. Ciò che non sta qui non è in nessun altro luogo. Sono l'origine di tutti i guerrieri, dei campioni, degli eroi, di ogni capacità di sopportazione e di ogni coraggio. Nulla mi spaventa, nessuna impresa. Posso andare in guerra oppure nutrire tutti gli abitanti della Terra. Sono nel pieno centro, nel cuore dell'universo, attraversato da tutte le energie della materia e dello spirito. Se sono una freccia, fendo il mio cuore, e questa ferita profonda, questa coscienza, mi trasforma. Per chi è desto, la sofferenza diventa una benedizione. Dissolvo le sofferenze occulte nelle mie ossa, unisco lo stato di veglia allo stato di sonno.

VIII LA GIUSTIZIA- Là dove lo spirito ha le medesime dimensioni della materia, là dove non si sa se la densità sia all'origine dell'etere, là dove l'etere genera la densità, in un equilibrio eterno e infinito, ci sono. La realizzazione dell'universo è la mia giustizia; il fatto che essa dia a ogni galassia, a ogni sole, a ogni pianeta, a ogni atomo il posto che gli spetta. Grazie a me, il cosmo è una danza. Ogni nascita, ogni spirale, ogni stella che si spegne ha il suo posto nell'universo. Faccio si che ogni essere sia quello che è; ogni granello di polvere, ogni stella cometa, ogni orfano meritano di adempiere la missione che è stata loro affidata dalla legge suprema. Alla minima devianza da tale decreto, pronuncio il castigo supremo: colui che avrà deviato verrà espulso dal presente. Il bene che fai agli altri sono io a dartelo. Quello che non dai, te lo tolgo. Quando distruggi, ti elimino. Non dissolvo soltanto la tua materia, ma cancello anche ogni tua traccia dalla memoria del mondo.

 IX L'EREMITA -  Sono arrivato alla fine della strada, là dove l'impensabile si presenta come un baratro. Davanti a questo nulla non posso più andare avanti. Posso soltanto indietreggiare, contemplando la strada percorsa. E ogni volta che indietreggio, compongo davanti a me è una realtà. Tra la vita e la morte, in una crisi continua, tengo accesa la mia lanterna, la mia coscienza. Mi serve, ovviamente, per guidare i passi di chi mi segue lungo la via che ho aperto ma risplende anche per segnalare me stesso: ho portato a termine tutto il lavoro spirituale che dovevo fare. E adesso, oh mistero infinito, vieni in mio aiuto. Piano piano mi sono liberato da ogni vincolo. Non appartengo più ai miei pensieri. Le mie parole non mi definiscono. Ho sconfitto le passioni: libero dal desiderio, vivo nel mio cuore come un albero cavo. Il mio corpo è un veicolo che vede invecchiare, passare, svanire come un fiume dalla corrente inarrestabile. Non so più chi sono, vivo nella totale ignoranza di me stesso. Per arrivare alla luce, mi addentro nell'oscurità.

X LA RUOTA DELLA FORTUNA- Ho conosciuto tutte le esperienze. All'inizio avevo davanti a me un oceano di possibilità. In seguito, guidata dalla volontà, dalla Provvidenza o dal caso ho fatto le mie scelte, ho accumulato conoscenza per poi esplodere senza uno scopo prefissato. Mille volte ho trovato la stabilità. Ho cercato di conservarne i frutti sul mio tavolo, ma li ho visti marcire. Ho capito che dovevo aprirmi agli altri, condividere. Avrei dovuto cercare il grande altro dentro di me, la sorgente divina. Il centro delle mie innumerevoli rivoluzioni intorno a questo asse. Mi sono perduta cercando tutto ciò che mi assomigliava. Ho conosciuto il piacere di riflettermi negli occhi dell'altro come in  infiniti specchi. Fino al giorno in cui, con una forza irresistibile, ho agito sul mondo cercando di cambiarlo per rendermi conto che potevo soltanto cominciare a trasformarlo. La mia ricerca spirituale si è allargata fino a impregnare la materia nella sua totalità, e ho raggiunto la spaventosa perfezione, quello stato in cui nulla mi si poteva aggiungere e nulla mi si poteva togliere.

XI LA FORZA - Vi aspettavo. Sono l'inizio del nuovo ciclo e dopo tutto quello che avete fatto non potreste vivere se non mi aveste conosciuto.  Vi insegnerò a vincere la paura: con me sarete pronti a vedere tutto, a udire tutto, a provare tutto, a toccare tutto. I sensi non hanno limiti ma la morale è fatta di paure. Vi farò vedere l'immensa palude delle vostre pulsioni, quelle sublimi e le più tenebrose. Sono la forza oscura che dentro di voi risale verso la luce. Dal centro delle profondità, dai sotterranei del mio essere sboccia la mia energia creatrice. Affondo le radici nel fango, quello più denso, più terribile, più insensato. Come una fornace ardente, il mio sesso esala desideri che a prima vista paiono di natura bestiale, ma sono soltanto il canto che si cela nella materia fin dall'origine dell'universo. Il mio intelletto, luce proveniente dalle stelle, fredda come l'infinito, agisce sul calore eterno del magma per dare origine al ruggito creatore. Cielo e Terra si uniscono in questo grido risvegliando il mondo.

XII L'APPESO -  Mi trovo in questa posizione perché lo voglio. Sono stato io a recidere i rami. Ho liberato le mie mani dal desiderio di afferrare, di appropriarmi delle cose, di trattenerle. Senza abbandonare il mondo, me ne sono ritratto. Con me potete trovare la volontà di entrare in quella condizione in cui non esiste più la volontà. Lo stato in cui le parole, le emozioni, le relazioni, i desideri, i bisogni non vi tengono più legati. Per slegarmi ho spezzato tutti i legami, tranne quello che mi lega alla Coscienza. Ho la sensazione di cadere eternamente verso me stesso. Mi cerco attraverso il labirinto delle parole, sono colui che pensa e non ciò che viene pensato. Non sono i sentimenti, li osservo da una sfera intangibile dove regna soltanto la pace. A una distanza infinita dal fiume dei desideri, conosco soltanto indifferenza. Non sono un corpo, ma colui che lo abita. Per arrivare a me stesso, sono un cacciatore che sacrifica la preda.  Ritrovo l'azione bruciante nell'infinita non-azione. Attraverso il dolore per trovare la forza del sacrificio.

 XIII LA MORTE -  Se ti sbrighi, mi raggiungi. Se rallenti, ti raggiungo io. Se cammini tranquillamente, ti accompagno. Se ti metti a girare in tondo, danzo insieme a te. Visto che il nostro incontro è inevitabile, affrontami adesso! Sono la tua ombra interiore, quella che ride dell'illusione che chiami realtà.  Paziente come un ragno, incastonato come un gioiello in ciascuno dei tuoi attimi, condividi la tua vita con me; se ti rifiuti di farlo, non vivrai mai veramente. Potrai andare a nasconderti in capo al mondo, io sarò sempre al tuo fianco. Da quando sei nato, sono la madre che continua a darti alla luce. Rallegrati dunque! Soltanto quando mi concepisci la vita ha un senso. Insensato è chi non mi riconosce e si aggrappa alle cose senza accorgersi che appartengono tutte a me. Non ve n'è una che non abbia il mio sigillo. Permanente impermanenza, sono il segreto dei saggi: essi sanno che possono progredire soltanto percorrendo la mia strada. Coloro che mi assimilano diventano potenti. Coloro che mi negano, nel vano tentativo di fuggire da me, si perdono le delizie dell'effimero: sono senza sapere di essere. Agonizzano senza saper vivere.

XIV LA TEMPERANZA -  Non passa un secondo senza che io sia con voi, perché essenzialmente sono una guardiana. Non potete immaginare da quanti pericoli e malattie vi salvi. Quando sognate, veglio sui vostri sogni, allontano gli incubi. Vi amo infinitamente. Fidatevi di me perché quando non credete più nella mia benevolenza, divento sempre più minuscola e invisibile, perdendo una parte del mio potere. Ma non appena tornate a vedermi, agisco sempre meglio, dentro di voi come nel mondo esterno. Come una madre affiderebbe il figlio alle cure di una persona di fiducia, potete affidarvi a me come bambini: vi proteggerò. Quanti di voi sono diventati di colpo consapevoli della mia esistenza nell'attimo in cui un auto stava per investirvi ed io vi ho spinto indietro? O quando vi ho dissuasi dal salire su un aereo che sarebbe esploso in volo? O quando vi ho fermati a pochi centimetri da un baratro?

 XV IL DIAVOLO - Sono Lucifero, colui che porta la torcia. Il regalo eccelso che faccio all'umanità è l'assoluta mancanza di morale. Nulla mi può limitare. Ho trasgredito tutte le leggi: brucio le costituzioni e i libri sacri. Nessuna religione può contenermi. Distruggo qualsiasi teoria, faccio esplodere tutti i dogmi. Nel fondo del fondo del fondo, nessuno abita più in fondo di me. Sono l'origine di tutti gli abissi. Sono colui che dà vita alle oscure grotte. Colui che conosce il centro intorno al quale ruotano tutte le densità. Sono la viscosità di tutto ciò che tenta invano di essere formale. La suprema forza del magma. Il fetore che denuncia l'ipocrisia dei profumi. La carogna madre di ogni fiore. Il corruttore degli spiriti vanitosi che si rivoltano nella perfezione. Sono la coscienza assassina dell'effimero perenne io, rinchiuso nei sotterranei del mondo...Con me non c'è pace. Nessun focolare sicuro. Né Vangeli stucchevoli...Sono il cantore estasiato dall'incesto, sono il campione di tutte le depravazioni e squarcio con diletto, con l'unghia del mignolo, le viscere di un innocente per tingervi il mio pane.

  XVI LA TORRE o la casa di dio -  Sono il Tempio: il mondo intero è un altare che rendo sacro. La mia esistenza, come la vostra, dimostra con ogni battito del cuore che il mondo è divino, la carne è una celebrazione viva e la vita un incessante costruire. Con me conoscete l'allegria, che è la chiave del sacro. Sono la vita stessa, la trasformazione e la ricostruzione, la fiamma e l'energia di ciò che è vivo, di tutta la materia e di tutto lo spirito. Se volete entrare dentro di me, dovrete rallegrarvi, buttare nel fuoco i capricci infantili della tristezza e la paura e domandarvi a ogni risveglio: "che festa è oggi?" Sono l'allegria catastrofica della vita, il permanente imprevisto, la meravigliosa catastrofe. Una corona difensiva mi allontanava dal mondo. Un tappo di parole antiche mi ostruiva la mente e nuvole di sentimenti cristallizzati, mummificati, pietrificati, impedivano alla luce di sorgere dalle mie pulsazioni. Un denso manto di desideri che trasformavano la mia formidabile voglia di vivere in un carceriere...

XVII LA STELLA - Sono nel mondo, sono del mondo, agisco nel mondo. Sono in me, sono di me, agisco in me. Separata e unita nello stesso tempo, minuscolo ingranaggio di una macchina cosmica, collaboro, ricevo e do, assorbo e distribuisco.  La mia nudità è totale: nessun principio mi guida, nessuna legge che non sia quella naturale. Se dico "sono" è perché nell'infinita molteplicità degli esseri e delle cose ho trovato il mio posto, nel mondo e in me stessa, non ha importanza dove. Non ho bisogno di cercare, non ho nessuna immagine di me stessa, sono al mio posto. Qui e ovunque, volontariamente legata. Sono in ciascuna particella di polvere, in ciascun territorio, in ciascun corso d'acqua, in ciascuna stella, in ciascuna parte del mio corpo. E come faccio a non rispettare il mondo, le mie ossa e la mia carne? Tutta questa materia non mi appartiene, mi è stata data in prestito soltanto per un frammento di tempo. E la rispetto perché è il mio tempio, il tempio dove risiede il Dio impensabile. Lo spirito è materia, e la materia è spirito, l'universo nasce ed esplode costantemente, e al suo centro, là dove mi sono inginocchiata, io sono.

XVIII LA LUNA -Mi chiedete di spiegarmi, ma sono talmente lontana dalle parole, dalla logica, dal pensiero discorsivo, dall'intelletto... Mi trovo in uno stato segreto e indicibile, sono un mistero dove ha inizio ogni conoscenza profonda, quando v'immergete nelle acque silenziose senza chiedere nulla, senza cercare di definire nulla, al di fuori di qualsiasi luce. Più entrate dentro di me, più attraggo. Non vi è nulla di chiaro in me. Sono senza fondo, sono tutta sfumature, mi estendo nel regno dell'ombra. Sono un pantano dall'incommensurabile ricchezza, contengo tutti i totem, gli dei preistorici, i tesori dei tempi passati e futuri. Sono la matrice. Al di là dell'Inconscio sono la creazione stessa. Sfuggo a qualsiasi definizione. So che mi hanno adorata. Da quando gli esseri umani hanno sviluppato una scintilla di Coscienza, mi hanno identificato con essa. Come un cuore d'argento perfetto, illuminavano le tenebre della notte. Era la luce che secondo il loro vago sospetto regnava nel profondo delle anime cieche. Mi ero tuffata in tutte le oscurità dell'universo.

XIX IL SOLE - Mi rinnovo continuamente. Mentre mi consumo, do calore a ciascun filo d'erba, a ciascun animale, a ciascun essere vivente senza esclusioni: accetto che ciò venga chiamato Amore. Sparisco e ritorno ciclicamente. Inoltre, per entrare nel mio splendore, mi aspetto dagli esseri umani che possano seppellire il loro passato e ricominciare una nuova vita. Li aiuterò a farlo. Là dove io splendo, dissolvo il dubbio, entro negli angoli più oscuri dell'anima e li inondo di luce. Spinti dal mio alito, attraverserete il fiume delle pulsioni dementi e purificati, giungerete al luogo dove tutto cresce senza fatica. Risplendo nel cuore della materia, sono il suo fulgore segreto, non è niente senza di me. Ma quando mi resiste, quando non mi percepisce come la sua forza vitale, è un cadavere. Continuo a impregnarla di gocce d'immortalità. Per voi, figli miei, genero senza fine la gioia e l'euforia vitale. Non siate impermeabili alla mia luce eterna. Guardate quanto è basso il muro che vi separa da me...

XX IL GIUDIZIO -Sei defluito fin qui insieme al fiume nero dell'Arcano XIII. Hai affondato le radici nell'oscurità de Il Diavolo. Sei stato il demonio che sollevava tristemente la sua torcia come una nostalgia della luce.  Quando vagavi in fondo all'abisso, io non mi dimenticavo di te. Ora posso entrare in contatto con te, ma piano piano, con una pazienza e una dolcezza infinite, perché sono troppo forte. Puoi unirti a me se sei stato preparato, se hai compiuto il viaggio nelle profondità del tuo essere, se hai conosciuto tutte le sfaccettature della tua mascolinità e femminilità e le hai riconciliate, riequilibrandole. Ti apporto la luce di tutti gli universi. La mia potenza richiede che tu abbia fatto la pace con te stesso, che dal profondo del tuo inconscio abbia iniziato a crescere l'Albero nuovo. Che tutto il tuo essere si trovi immerso in una preghiera infinita, che ciascuna delle tue cellule sia in pace. E che tu sia, come i personaggi, nudo nella piena fiducia e nella piena accettazione di quanto v'è di più elevato. Senza la divinità non posso esistere. Quando l'essere diventa davvero un bambino fiducioso, tranquillo, soltanto allora posso apparire, come la certezza totale, come il richiamo che risuona dal principio dei tempi...

XXI IL MONDO - Sono qui davanti a voi, intorno a voi e dentro di voi, con immenso piacere. Sono un essere completo. In me non v'è nulla che mi opponga resistenza. Tutto è unità.  Ogni cosa sta al suo posto, sono una coscienza invulnerabile, sono la danza perpetua della totalità. Chi non mi conosce dice "no" quando l'universo dice "si", e questo rifiuto della mia immensa accettazione lo conduce all'impotenza. Ma chi diventa completamente puro e concavo, chi mi lascia entrare dentro di sé, comincia a danzare insieme a me, a dire quello che io dico. E costui conosce l'amore universale, il pensiero totale, il desiderio cosmico, la forza di vita impensabile. Costui conosce la quintessenza, l'unità di tutte le energie. Se riesci ad arrivare fino a me, se mi sviluppi dentro di te, potrai assaporare la gioia suprema che è la gioia di vivere. Ma per farlo devi dissolverti nel gioiello ardente della mia presenza...Come quattro fiumi che ritornano all'unica sorgente, lascia che i tuoi concetti, sciame di api cieche, si fondano nella mia felicità. Come una vergine santa, porto nel mio grembo la divinità. Sono la concretizzazione qui e ora dell'energia sacra de il Matto. Sono il Mondo che Dio ha creato per essere amato da lui.  La Runa Dagr/Dagaz e il suo collegamento con il 6° chakra e il 3° occhio: Il sesto chakra è il punto in cui i serpenti Ida e Pingala si incontrano. Quando la Kundalini attraversa questo chakra, apre l’ultimo dei tre nodi. Viene spesso visto un lampo di luce nel momento in cui questo avviene. Aprire il terzo occhio è uno dei passi principali del prendere coscienza. La runa Dagr/Dagaz corrisponde alla carta del mondo nei Trionfi nei Tarocchi. Il Mondo significa completezza. Dagaz, è anche la runa della Luna e la Luna rappresenta il sesto chakra ed il terzo occhio. E’ la runa della completezza. “Questa runa può essere comparata alla pietra filosofale. Nell’alchimia sessuale, Dagaz è il momento dell’orgasmo in cui il fine del lavoro si realizza. E’ utile in tutti i lavori ‘alchimistici’, siano essi pratici, o solo collegati alla coscienza” ( teutonic Magicdi Kvedulf Gundarsson).


La Runa DagazLa Runa Dagaz



shamir


Nello studio d’antichi documenti, il Dottor Matest M. Agrest, d’origine bielorussa, si è accorto della presenza di uno strumento miracoloso, conosciuto col nome di Shamir, capace di tagliare e incidere pietre durissime.  È probabile che il Tempio di Salomone sia stato edificato con l’ausilio di tale strumento. Il tempio, alla cui costruzione, durata sette anni, contribuirono anche architetti fenici, fu ultimato intorno all’anno 960 a.C. e costruito in blocchi di pietra calcarea. Misurava all’incirca 54 metri in lunghezza, 27 di larghezza e 15 di altezza. L’idea di erigere un tempio a Dio, venne a Davide quando la peste si abbatté sul Regno d’Israele e proprio in quel periodo l’Angelo del Signore apparve sullo spiazzo roccioso del Monte Moria. Finita la peste, Davide volle innalzare un altare a Dio su questo spiazzo. Comperò l’area, cominciò ad accatastare pietre perfettamente squadrate, molto ferro e bronzo. Una volta costruito il tempio, nell’area antistante venne eretto un muro, costruito con tre ordini di pietre squadrate e un’assise di travi di cedro, che lo circondava completamente. Lo spiazzo era destinato ai pellegrini e ai fedeli, mentre la Casa di Dio era accessibile solo ai sacerdoti. A Davide succedette il figlio Salomone che rappresentò il massimo dei Re per gli Ebrei: divenne leggendario per i Giudei proprio durante la loro prigionia a Babilonia. Fu dichiarato mago, giacché dotato di poteri eccezionali, dalle tradizioni folcloristiche medievali. Con il Regno di Salomone e la costruzione del Tempio, Gerusalemme assurse a centro principale della vita d’Israele, raggiungendo l’apice del suo splendore. È da ricordare inoltre che nel corso del lungo periodo delle peregrinazioni compiute dal popolo d’Israele, l’Arca dell’Alleanza fu custodita in una tenda speciale che prese il nome di tabernacolo. Nacque così l’esigenza di dare una degna dimora all’Arca, compito che assolse pure Re Salomone. È probabile che lo Shamir, tra le altre cose, gli avesse procurato tanta fama. Agrest ha formulato l'ipotesi che lo stesso Mosè avesse posseduto uno strumento capace di far cose eccezionali, che però andò perso con la distruzione del secondo Tempio di Gerusalemme. Tale fatto è riportato al capitolo 9° del trattato Mishnajot. Addirittura nel 5° capitolo del trattato Abot, facente parte sempre del Talmud babilonese, si fa un riferimento chiaro sull’origine non terrestre dello strumento. Si dice poi che Mosè portò lo Shamir nel deserto per costruire l’Efod, il ricco paramento sacro dell’antico culto ebraico destinato ad Aronne, come stabilito nel patto col Signore, cui fa riferimento pure la Bibbia (Esodo 28,9): "…Prenderai poi due pietre di onice e vi scolpirai i nomi dei figli di Israele: sei nomi sopra una pietra e sei nomi sull’altra, in ordine di nascita. Farai incidere le due pietre con i nomi dei figli d’Israele da un incisore in pietra, come si incidono i sigilli, e le incastrerai in castoni d’oro. Porrai le due pietre sopra le spalline dell’Efod…" Nel Talmud Babilonese (Sotah 48,8) l’evento è descritto con più dettagli: "In un primo tempo i nomi erano stati scritti con l’inchiostro, allora fu mostrato loro lo Shamir e furono incisi sulla pietra al posto di quelli scritti con l’inchiostro". Non tutti potevano usare questo strumento, tanto è vero che furono istruiti alcuni incisori. Esodo 36,1: "Besaleel, dunque, e Ooliab e tutti gli uomini esperti, dotati dal Signore d’abilità, d’intelligenza e di saggezza da saper fare tutti i lavori richiesti per l’erezione del Santuario, li eseguiranno secondo tutto quello che il Signore ha comandato…". È da concludere perciò che lo Shamir non fosse facile da usare e, soprattutto il suo utilizzatore doveva avere qualità psicofisiche-spirituali di un certo valore. Sappiamo inoltre (Zoar 74 a, b) che lo Shamir era in grado di spaccare e tagliare ogni cosa; ecco perché fu indicato come un "tarlo metallico divisore" ed anche un "verme tagliente" nel Pesachim 54, che fa parte sempre del Talmud. Tornando alla Bibbia, in Geremia 17,1, troviamo il peccato di Giuda che è scritto con stilo di ferro e impresso con punta di diamante sulla tavoletta del loro cuore e sugli angoli dei loro altari. Con il nostro linguaggio d’oggi, potremmo affermare che si trattava di una penna (lo stilo che si usava all’epoca per incidere sulle tavolette di cera) recante una punta di diamante. Era un congegno "divino", affidato in casi speciali agli umani per eseguire opere di notevole importanza materiale ma soprattutto spirituale. Potremmo dire che si trattasse di una penna laser, dalla punta di diamante. I testi antichi descrivono lo Shamir con diverse grandezze: addirittura Re Salomone ne aveva scoperto uno piccolo come un chicco di grano. A parte tutte le altre cose, il diamante per questo tipo di strumento è una materia di primaria importanza. Il minerale è una delle tre forme cristalline del carbonio allo stato puro. Per la sua eccezionale durezza e le sue peculiari proprietà ottiche, rappresenta da una parte la gemma più importante nel mondo di oggi, e, dall’altra, uno strumento insostituibile nell’industria moderna. I modi di ritrovamento del diamante sono essenzialmente "in situ" nei camini vulcanici e nei depositi alluvionali, derivati dal disfacimento dei precedenti e dal successivo trasporto per opera dei fiumi. Nel nostro pianeta i primi diamanti sono provenienti dai depositi alluvionali dell’India centrale, vicino a Golconda. Nel 1725 il minerale fu rinvenuto nelle acque di lavaggio dell’oro nello Stato di Minas Gerais in Brasile e le pietre brasiliane dominarono il mercato fino al 1867, anno in cui fu riconosciuto il primo diamante, rinvenuto vicino all’Orange River in Sud Africa. Questa data ha aperto l’era moderna dello sfruttamento e dell’impiego su vasta scala del diamante. Dal 1908 la maggior fonte di diamanti è localizzata in una striscia di costa della larghezza di circa 450 Km che si estende a nord della foce dell’Orange River. Nel 1910 furono ritrovati in un immenso deposito alluvionale che si estende nello Stato dell’Angola. Altri depositi si trovano nel Ghana, nella Guaiana Britannica, in Australia, in Venezuela, nel Borneo, nel Sud Africa vicino al deserto del Kalahari. Fuori dell’Africa i soli ritrovamenti importanti sono quelli delle zone della Siberia Orientale, proprio nel bacino del fiume Viliuj. Questo è un altro tassello che si incastra benissimo nella teoria sulle costruzioni metalliche extraterrestri, ritrovate in quella zona della Siberia. Gli antichi costruttori necessitavano proprio del diamante per realizzare generatori d’antimateria di notevole potenza per contrastare i possibili effetti devastanti degli asteroidi. Anche gli egizi hanno utilizzato uno strumento tipo Shamir e il Dio Seth è rimasto nei miti di quel popolo per aver tagliato le rocce ad Abuzir. Gli Dei egiziani disponevano in sostanza del lanciatore di raggi mortali, dell’Ureus, con simbolo un cobra femmina in collera, dalla gola turgida, che personificava l’occhio infuocato del re. Lo si vede sulla fronte dei faraoni, sui fregi dei templi e adorna il capo di molte divinità solari. Con la decadenza dell’impero egiziano però l’Ureus divenne un simbolico ornamento che raffigurava un semplice serpente dalla testa alzata. Trasferendoci poi nell’America del Sud precolombiana, ci troviamo di fronte ad una tecnica muraria degli Incas che ha dell’incredibile. Non si può spiegare simili opere se non pensiamo che gli antichi popoli andini usassero sistemi di taglio straordinari del tipo Shamir. Sono state costruite città con muraglie difensive enormi, composte di massi asimmetrici perfettamente tagliati e incastrati uno nell’altro che suscitano tanta meraviglia. Nell’America Centrale poi notiamo che la civiltà Azteca ci ha lasciato alcune statue che raffigurano il cosiddetto "serpente di fuoco": lo Xiuhcoatl. Si tramanda che fosse uno strumento che emetteva raggi infuocati, capaci di perforare corpi umani. Cercando tra le leggende irlandesi, troviamo il popolo dei Tuatha de Danaan venuto dal cielo su una nuvola magica proveniente da quattro città: Findias, Gorias, Falias e Murias. In queste grandi "città" essi impararono le potenti scienze e gli studi sulle grandi magie con i saggi. Ogni città aveva un saggio come Re e da queste i Tuatha de Danaan portarono quattro magici doni all’Irlanda. Da Falias venne la pietra chiamata Lia Fail (era la pietra del destino), sulla quale i grandi Re d’Irlanda sedevano quando erano incoronati. La Lia Fail si sarebbe mossa, o avrebbe vibrato, per manifestare la sua approvazione quando il giusto monarca sarebbe stato degno di portare la sua corona. Da Gorias venne il Cliamh Solais (detto anche la Spada di Luce). Da Findias arrivò una lancia magica, e da Murias venne la "Grande Caldaia" che poteva nutrire un esercito e non essere ancora vuota. Nelle leggende celtiche si riporta che si conosceva l’Occhio di Balor, che il più vecchio dei giganti Femori aveva sull’elmo, dal quale partiva un raggio mortale e che usava contro il nemico. Lo stesso nipote di Balor, Lugh, possedeva la "Lancia Solare", ossia un lungo cilindro metallico dal quale usciva un raggio fulminante. Per tornare alla Bibbia, nell’Esodo (31,18) troviamo una dichiarazione che non lascia molti dubbi: "Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul Monte Sinai, gli dette le due Tavole della Testimonianza; tavole di pietra, scritte col Dito di Dio." Che cosa poteva essere questo "Dito di Dio", se non una "penna laser" capace di incidere un messaggio tanto importante da testimoniare il Patto col Signore, un Essere in carne ed ossa, capace di rappresentare la Forza Onnicreante dell’Universo. Un fatto simile, ma dal contenuto storico o meglio fondamentalmente preistorico, è accaduto nel centro e nel sud America. Un commerciante tedesco, Waldemar Julsrud, e il suo aiutante Odilon Tinajero raccolsero fra il 1945 e il 1952, nei pressi di Acambaro (regione di Guanajato, Messico), oltre 30.000 pietre incise con profili di sauri e mammiferi probabilmente estinti, nonché figure simili a mummie. I reperti sono stati datati al 1600 a.C. circa. Altrettante pietre riccamente incise, furono recuperate per puro caso in una cavità nascosta nei pressi della città di Ica, in Perù. Alcune di esse arrivano a pesare almeno 200 Kg, mentre la maggioranza pesano solamente qualche chilo. Tali pietre sono state per fortuna catalogate nel museo privato, appartenente al chirurgo dottor Javier Cabrera, poiché in tempi recenti sono state prodotte migliaia e migliaia di false pietre incise, copiate spesso dalle foto comparse sui giornali, a beneficio dei numerosi turisti. Quelle originali, sono pietre incise magistralmente e con una tecnica talmente precisa che ha lasciato disegni assai chiari e dettagliati da suscitare semplicemente stupore e meraviglia. Nell’osservarle, non si può fare a meno di dedurre che sono state elaborate con un congegno tipo laser che si può associare tranquillamente allo Shamir. Tra le figure incise si riconosce, tra l’altro, quella di un uomo che sta esaminando dei fossili con una lente d’ingrandimento. Un altro scruta il cielo tenendo in mano un telescopio. Accanto a mappe di regioni sconosciute, dimostrando così che la morfologia del pianeta Terra è più volte cambiata nel tempo, sono raffigurati i sauri. In altre sono riprodotti interventi chirurgici sul cervello e trapianti di cuore, con dei dettagli che hanno dell’incredibile. Approfondendo i messaggi incisi nelle pietre di Ica, si scopre che dobbiamo veramente riscrivere la storia o meglio la preistoria, ed in particolare la teoria dell’evoluzione di Darwin. Le incisioni sono mirabilmente perfette e, in definitiva, raffigurano una cultura veramente sorprendente se si considera il tempo in cui queste pietre sono state elaborate. Si conferma per l’ennesima volta che esseri d’altri mondi, già in quel tempo, istruivano i terrestri e soprattutto badavano a rendere possibile la loro sopravvivenza. Gli antichissimi reperti archeologici, di notevole importanza per recepire la verità di ieri e di oggi, concedono all’umana intelligenza la possibilità di focalizzare uno dei più importanti cardini su cui si basa l’evoluzione storica dell’umana specie, confortata dalla presenza di pionieri cosmici muniti di una superiore scienza e di una superiore coscienza. Il non volerli prendere in seria considerazione, studiandoli con solerte intelligenza e analizzandoli con scrupolosa attenzione, dimostra che l’uomo attuale vuole ignorare quelle indiscusse prove che valgono ad affermare un discorso sulle visite di esseri molto più evoluti, provenienti dagli spazi esterni. Lo stesso Shamir non sarebbe più quell’oggetto misterioso, fatalmente scomparso dalla nostra cultura e dalla nostra civiltà.
 "Il quinto mese, il sette del mese, corrispondente al diciannovesimo anno di Nabuchadnèsar, re di Babilonia, giunse a Gerusalemme Nabuzardàn, comandante della guardia, subalterno del re di Babilonia" (2 Re 25, 8).


Durante la seconda conquista di Gerusalemme da parte dei Babilonesi (che la Bibbia chiama "caldei") nel 587 a.C. - con susseguente saccheggio dell'intera città, messa a ferro e fuoco, e deportazione dei suoi abitanti - dal Tempio di Salomone fu portato via tutto quanto c'era ancora di prezioso. Ma quasi ogni arredo e oggetto in oro e in argento era già stato sottratto dieci anni addietro durante il primo episodio di questo genere, quello portato a termine nel 597 a.C. dallo stesso Nabuchadnèsar, o Nabucodonosor. La spoliazione compiuta dai caldei - benché definitiva e, questa volta, completa - fu quindi, per forza di cose, più modesta quanto a valore venale, ma non per importanza. Oltre all'asportazione di tutti gli oggetti mobili, furono demoliti e portati via tutti gli accessori in bronzo del Tempio, compresa la grande vasca per la purificazione dei sacerdoti  e le due colonne, poste all'esterno ai lati dell'ingresso: modello comune a tutti gli impianti templari di questo periodo e di questo àmbito geografico. Le due colonne, delle quali la Bibbia riporta minuziose descrizioni , e alle quali Salomone aveva dato i nomi di "Jachin", quella di destra, e "Boaz", quella di sinistra (cioè, forse, "Stabilità" e "Forza"), erano cave. Fin qui, per quanto attiene la testimonianza "storica" dell'Antico Testamento. La leggenda riportata dalla tradizione midràshica, tuttavia, fornisce ulteriori dettagli. Insieme alle colonne fu asportato il loro contenuto: nella loro cavità, infatti, veniva conservato l'intero archivio storico del popolo d'Israele, assieme ai documenti che riportavano la summa di tutto il sapere e tutti i segreti scientifici. Pare poi che in seguito, per vie misteriose, quei documenti siano entrati in possesso della Massoneria, che li deterrebbe tuttora. Fra essi, era custodito il segreto di "qualcosa" che nessuno più sa cosa sia: il "magico Shamìr" .Un altro midràsh riporta che, per la costruzione del Tempio, Salomone aveva dato ordini molto precisi. Secondo la Legge mosaica, Legge divina, nessun materiale (pietra, legno, oro, avorio eccetera) doveva essere lavorato con attrezzi di ferro, il metallo di cui son fatte le armi che portano morte. L'altare, soprattutto, non doveva essere profanato in nessun modo da quel contatto, e nel cantiere non doveva entrare nemmeno un chiodo; né tanto meno martelli, scalpelli, picconi o altro. Tanto è vero che il materiale da costruzione - o almeno, sicuramente, la pietra - era arrivato sul posto già squadrato, se non rifinito, di modo che durante i lavori "non si udì nel Tempio nessun rumore prodotto da utensili metallici". L'unica maniera alternativa di lavorare la pietra senza impiegare strumenti di ferro era quella di usare il "magico Shamìr". Dio stesso l'aveva dato sul Sinai a Mosè, che se ne era servito per incidere i nomi delle dodici tribù sulle pietre incastonate nel pettorale e nell'"efòd" che facevano parte dei paramenti del Sommo Sacerdote. Da allora però lo Shamìr era sparito e non si sapeva più che fine avesse fatto. Ma la storia racconta poi di come Salomone  riuscì a procurarselo. Il dèmone Asmodeo (che sa dove si trovano tutti i tesori nascosti) fu costretto a rivelare al re che Dio aveva consegnato lo Shamìr a Rahav, l'Angelo (o il Principe) del Mare, il quale non lo affidava mai a nessuno se non, raramente e solo a fin di bene, al gallo selvatico (o gallo cedrone, o gallina di brughiera, o aquila di mare, a seconda delle versioni), che viveva lontano, ai piedi di montagne mai esplorate dall'uomo: questi se ne serviva per "forestare" intere colline nude e pietrose, producendovi - per mezzo dello Shamìr - innumerevoli forellini, nei quali poi piantava semi di varie piante e di alberi. Ciò veniva fatto nell'imminenza della migrazione di gruppi tribali divenuti troppo numerosi, che più tardi, arrivando sul posto, avrebbero trovato un ambiente vivibile. In quell'occasione, re Salomone riuscì con l'inganno a sottrarre il magico "tarlo" al gallo selvatico, che se lo era fatto prestare da Rahav per un caso di forza maggiore: il re infatti, proprio per costringere il pennuto a questo espediente estremo, aveva fatta porre sopra il suo nido una piccola cupola di vetro, separandolo così dai suoi piccoli. Volò verso occidente l'uccello disperato, in cerca di Rahav; quando tornò portava nel becco lo Shamìr, con il quale in pochi istanti riuscì a perforare o a disintegrare il vetro, lasciando poi cadere lo Shamìr, che Salomone lestamente raccolse. A lui che stupito chiedeva cosa mai fosse quella misteriosa e portentosa sostanza e da dove venisse, il gallo selvatico rispose che la si poteva trovare lontano, sulle Montagne dei Dormienti, e là lo condusse, dove il re ne fece scorta sufficiente a completare tutte le opere del Tempio che non potevano essere eseguite usando strumenti metallici. Particolare pietoso, si dice anche che il gallo selvatico, per la vergogna di aver perso lo Shamìr, si sia suicidato. Quante analogie (luoghi, personaggi, miracolose caratteristiche e modalità degli avvenimenti) questa leggenda mostra con altre sparse in tutto il mondo. Il racconto dà inoltre una interessante precisazione: lo Shamìr - che, almeno in alcune versioni, a fine lavori venne restituito al suo custode - venne da Salomone riposto e in seguito conservato (era quello l'unico modo di trattarlo correttamente) in un cestino pieno di crusca d'orzo. Ne "Le leggende degli ebrei" di Louis Ginzberg si legge che lo Shamìr, con altre creature soprannaturali, venne creato al crepuscolo del sesto giorno della Creazione. E' grande più o meno come un grano di frumento o d'orzo, e possiede la mirabile proprietà di tagliare qualsiasi materiale per quanto durissimo, anche il più duro dei diamanti. Per questa ragione venne utilizzato da Mosè per lavorare le gemme poste sul "pettorale del giudizio" del Sommo Sacerdote. I nomi dei capi delle dodici tribù furono dapprima tracciati con l'inchiostro sulle pietre destinate a essere incastonate nel pettorale (e anche sulle due onici dei fermagli posti sulle spalline dell'"efòd") poi lo Shamìr venne passato sui tratti che rimasero così incisi. Il fatto più straordinario fu che l'attrito (o l'azione) che segnò le gemme non produsse nessun residuo. Lo Shamìr venne inoltre usato per tagliare le pietre con cui fu costruito il Tempio, perché la legge proibiva di usare per quest'opera strumenti di ferro (dal Talmud e dalla letteratura midràshica). Lo Shamìr non può essere conservato in un recipiente chiuso di ferro o di qualunque altro metallo, poiché lo farebbe scoppiare. Esso va avvolto in un panno di lana e deposto in un cesto di piombo pieno di crusca d'orzo. Lo Shamìr rimase in paradiso sinché Salomone non ne ebbe bisogno e mandò l'aquila (o un altro volatile) a prenderlo. Era il più meraviglioso possesso del re. Con la fine dei lavori del Primo Tempio, o con la distruzione del Tempio stesso, lo Shamìr scomparve. Chiaramente, la leggenda su re Salomone e il gallo selvatico ha soprattutto le caratteristiche di un racconto immaginario. Contiene tuttavia un paio di indicazioni concrete, e inoltre alcune informazioni che potrebbero consentire un collegamento con miti consimili appartenenti ad altri àmbiti culturali, sia geograficamente vicini che inverosimilmente lontani. L'intero collage di citazioni midràshiche di Louis Ginzberg presenta da parte sua alcuni dati fantastici (la creazione dello Shamìr al crepuscolo del sesto giorno, insieme ad altre "creature soprannaturali"; il fatto che Salomone mandò l'"aquila" a prenderlo in paradiso), ma soprattutto vi dominano connotazioni e dettagli estremamente realistici, tali da suggerire fortemente l'impressione che la descrizione dello Shamìr che vi compare fosse frutto di osservazioni di prima mano, più che di pura fantasia. Si evince da qualche altro midràsh, che anche le due Tavole della Legge, scritte da Mosè sotto dettatura divina, erano state incise usando lo Shamìr. Nel semileggendario "Testamento di Salomone" (del III° secolo d.C.) si narra inoltre che, durante la costruzione del Tempio, gli operai addetti ai lavori soffrivano di un male misterioso che provocava grande spossatezza: ogni giorno più pallidi, con profonde occhiaie, deperivano, non riuscivano più a lavorare, e ogni notte erano visitati da vampiri e dèmoni che li affamavano rubando loro il cibo (il che, a parer mio, significa che rimettevano anche l'anima). Quando incominciarono a morire, il re salì sul monte Moria e pregò Dio, il quale gli mandò in dono - tramite l'arcangelo Michele - il famoso anello d'oro, con incisi la stella e il Suo ineffabile Nome, che dava poteri straordinari e immensa saggezza (in quell'anello fu più tardi incastonato lo Shamìr, che era una specie di rutilante "pietra verde", un "portentoso gioiello che irradiava luce"). Vampiri e dèmoni furono messi, al posto degli operai, a tagliar pietre giorno e notte. Particolarità: 1) lo Shamìr poteva essere usato per foggiare e per lavorare qualunque minerale, anche le pietre più dure - un midràsh dice "anche il legno duro come pietra" - diamante compreso (che, in alcune versioni, figura tra le gemme del pettorale); era in grado di intaccare anche il vetro; la sua azione non lasciava residui ; 2) il suo aspetto era quello di un "qualcosa" delle dimensioni di un granello d'orzo, forse di colore verde; 3) non poteva essere conservato in un contenitore metallico chiuso, che sarebbe esploso (o si sarebbe fuso): liberava vapori? o che altro;  4) solo il piombo, anzi un recipiente non ermetico di piombo, se protetto da una adeguata coibentazione, poteva resistere alla corrosione (o comunque alla reazione chimica) da esso prodotta; 5) non danneggiava la lana né la crusca, e - con qualche problema - si poteva manipolarlo a mani nude; 6) non inibiva la crescita delle piante; 7) con l'andar del tempo (si parla di circa 400 anni, quelli intercorsi fra la costruzione e la distruzione del Tempio; ma forse ne occorsero molti meno) "scomparve", o meglio "divenne inattivo" .  Il dizionario ebraico-italiano, alla voce "SHAMIR", elenca infatti diverse, mirabilmente eclettiche definizioni: 1) diamante; 2) verme leggendario che tagliava le pietre per il Santuario; 3) finocchio; 4) paliuro. L'unica indicazione aggiuntiva viene dal termine, subito sotto riportato, di "niàr shamìr" che in ebraico moderno a tutt'oggi, correntemente, indica la comune "carta vetrata", cioè qualcosa che consuma e corrode.
ipotesi...era forse un...
MINERALE ? "Shamìr" viene, pare, dall'antica parola indoeuropea "smer", che indica una "polvere minerale per levigare o segare"; e non si può negare che in effetti la funzione del "nostro" Shamìr sia quella, né che nei due vocaboli sia presente la medesima radice "SMR". In greco quel materiale venne chiamato "smeris" o "smiris", in latino "smericulum", in francese e in inglese moderni rispettivamente "émeri" ed "emery", in italiano infine "smeriglio". Con quel termine si definiva (e si definisce tuttora) un notissimo abrasivo proveniente dall'isola di Naxos nelle Cicladi (che tuttora lo esporta), e ricavato polverizzando una locale varietà granulare compatta di corindone. Da nessuna parte sta scritto che fosse un dono divino gestito da un uccello, circondato da un alone di leggenda, né che avesse abitudini esplosive, o che facesse ammalare la gente, o che avesse l'aspetto di un granello d'orzo, o che si inattivasse dopo un certo tempo. Tutto ciò che questo materiale inerte sa fare è unicamente levigare e lucidare, più o meno come la normale pomice o la polvere di quarzo - e soltanto in parte - l'affinità dell'uso, sarò costretta ad accantonare questa ipotesi. Viene chiamata  "smeriglio"anche una specie di uccello predatore molto piccola appartenente alla famiglia dei Falconidi, ed è pure un altro nome con cui viene indicato lo sparviere. "DIAMANTE" (?): E' il dizionario stesso che, con quel punto interrogativo, manifesta nei riguardi di questa interpretazione la sua perplessità. Infatti (per quanto il termine "Shamìr" compaia diverse volte nei Libri di alcuni Profeti a indicare qualcosa di più duro della roccia e del ferro), è chiaro che, accogliendo tale definizione, ciò che viene considerato, pure qui, è soltanto il possibile effetto, il risultato dell'azione svolta sul materiale lavorato. Anche questo punto di vista, in più, lascia aperti altri problemi, poiché un'incisione eseguita con una punta di diamante produce limatura o polvere, contrariamente a quanto veniva detto dello Shamìr (anzi era proprio questo, per gli autori dei midrashìm, uno dei suoi aspetti più straordinari). L'ipotesi, oltre tutto, diviene ancora più fragile se si considera che in teoria con quel "diamante" dovrebbero essere state tagliate in misura e rifinite le enormi pietre messe in opera nella costruzione del Tempio. In ogni caso, l'impiego per quell'uso del diamante (pietra pure allora assai rara e preziosa, tanto da far parte forse del pettorale del Sommo Sacerdote) sarebbe stato insostenibilmente dispendioso. E, a parte questo, dove avrebbe potuto Salomone procurarsene i quantitativi necessari, visto che non risulta che in Israele né in Egitto o in altri paesi vicini esistano giacimenti diamantiferi? D'altronde, nemmeno tale lettura tiene in alcun conto le altre numerose indicazioni contrarie: né le dimensioni indicate, né il carattere "esplosivo" dello Shamìr, e neppure l'affermazione che col tempo esso divenisse "inattivo". Insomma, a parte l'effettiva "capacità" del diamante di tagliare qualunque pietra, non c'è nessun elemento che concordi. Cosa che, credo, ci autorizza a escludere questa identificazione.
SOSTANZA RADIOATTIVA: una qualche - non ben precisata - forma di energia. Un articolo di David Salkeld  richiama ed approfondisce quello già citato di Velikovsky : "colore verde" (forse), simile a quello di alcuni sali di elementi pesanti; corrosività nei confronti di tutti i minerali e metalli tranne il piombo; "inattivazione" nello spazio di 400 anni o meno. Era perciò giunto a identificare - per quanto non esplicitamente - lo Shamìr con qualche tipo di sostanza radioattiva. Poteva forse trattarsi del radium, o di un suo sale, o di qualche altro isotopo della serie dell'uranio, dell'attinio o del torio: purché avesse una "vita energetica" compatibile con la durata documentata dell'attività dello Shamìr (valutata in circa 900 anni, cioè dall'epoca dell'esodo a quella della distruzione del Primo Tempio; ammesso naturalmente che si trattasse sempre dello stesso Shamìr). E' un dato di fatto che oggi in natura i minerali radioattivi - per quanto forse più abbondanti in passato - sono rarissimi sulla superficie terrestre (3-4 grammi di radium dispersi in 2000 tonnellate di pechblenda), e possiamo supporre che, 3500 anni fa, chi non ne conoscesse le potenzialità ben difficilmente avrebbe investito il suo tempo e le sue energie per procurarseli con l'estrazione mineraria. E c'è inoltre il problema che, anche in questo caso, né in Israele né nei paesi limitrofi sono noti giacimenti di tali minerali. Tuttavia, poteva anche darsi che la miracolosa e inidentificata sostanza fosse stata trovata "concentrata" in superficie, cioè - per così dire - già pronta all'uso, e che, riconosciutene la natura "speciale" e le peculiari proprietà fosse stata conservata e quindi utilizzata nei modi già visti. - presumibilmente 1) Precipitato con un bolide meteoritico. La presenza, nel racconto su re Salomone e il gallo selvatico, sia dell'Angelo del Mare che di un uccello: "segno" che lo Shamìr veniva dal cielo. Una "pestilenza" verificatasi sotto il regno di Davide, durata tre giorni e che uccise 70.000 persone, portata a Gerusalemme da un "Angelo sterminatore che stava fra cielo e terra con la spada sguainata": si trattava forse di "morte nucleare" da contaminazione radioattiva? Ma quale "peste", nucleare o biologica che sia, agisce solo per tre giorni? Il "fatto" che, dopo quell'avvenimento, il re Davide - con grande costernazione di tutta la corte - divenne stranamente debole e impotente (ma aveva anche settant'anni!), e che pure Salomone più tardi fu ben poco prolifico. Secondo quanto Salkeld ipotizza, questi potrebbero essere indizi dei nefasti effetti delle radiazioni, prodotti dallo Shamìr sulla persona di chi, venutone in possesso, se lo fosse portato sempre addosso come un talismano celeste: l'uno e poi l'altro re, appunto. Ora, a favore della tesi meteoritica, bisogna ammettere che è pur vero che molte leggende in tutto il mondo parlano di "pietre magiche" dai presunti straordinari poteri, di solito cadute dal cielo. E' parimenti vero che molti santuari e luoghi di culto divennero oggetto di particolare venerazione proprio per la presenza di un meteorite che, nell'anima popolare, avrebbe rappresentato il segno concreto di una particolare benevolenza divina verso quel sito: la Kaaba della Mecca e il Tempio di Diana ad Efeso, per non citarne che un paio. (Per converso, una credenza assai diffusa, e che si è in parte conservata anche fino ai giorni nostri, vuole che la caduta di pietre dal cielo e/o il passaggio ravvicinato di comete siano inesorabilmente portatori di guai, e strettamente connessi con pestilenze, carestie, guerre e catastrofi in genere.) Tuttavia, come lo stesso Salkeld riconosce, in nessun meteorite recuperato sono mai stati segnalati inconsueti valori di radioattività né, per altro, nessuno di essi è mai stato trovato dotato di particolari "poteri". I midrashìm affermano che lo Shamìr fu creato il sesto giorno: ciò, secondo Salkeld, sembra suggerire (oltre al fatto che forse era noto già in un lontano passato) che, in ogni caso, la sua origine sarebbe da collocarsi al tempo dei catastrofici sconvolgimenti della Creazione. La sua seconda apparizione - questa volta, "pubblica" -, nelle mani di Mosè, risalirebbe ai tempi dell'esodo: pure questo un evento collegato, secondo Velikovsky, ad altri disastri cosmici. E per concludere, anche la performance dello Shamìr che, come sopra detto, si sarebbe verificata durante il regno di Davide, avrebbe un'origine meteoritica. Comunque dopo la sua creazione, essa pure ovviamente "celeste", sia nell'uno che nell'altro caso (dell'uso che Salomone ne fece però non si parla) la presenza dello Shamìr sarebbe in relazione con la caduta di qualche bolide molto anomalo e strano. Ancora più strano, però, appare il fatto che questo tipo di detriti cosmici veramente "speciali" sarebbe caduto soltanto in quelle rare occasioni - sempre sul territorio di Israele - e poi mai più.
seconda ipotesi: 2) Creato da scariche elettriche. Sostiene Velikovsky che nel lontano passato elementi radioattivi, come quelli che oggi otteniamo artificialmente in laboratorio, potrebbero essersi formati "naturalmente" sulla superficie terrestre (a partire da altri elementi), nel corso di eventi eccezionali quali tremende scariche elettriche prodotte da un bombardamento cometario o meteoritico. Salkeld, cautamente, concorda, rammentando una delle geniali (e sconvolgenti per la scienza "ufficiale") previsioni azzeccate di Velikovsky: il quale era convinto che sulla Luna sarebbero stati trovati alti livelli di radioattività, e ne attribuiva la causa alle scariche elettriche interplanetarie di 2700 e 3500 anni fa, verificatesi nel corso delle presunte catastrofi cosmiche da lui teorizzate. Infatti l'esplorazione lunare gli ha dato ragione: che nel cratere Aristarco siano presenti emissioni di radon-222 di almeno quattro volte più alte della media lunare, è appunto per gli accademici un mistero senza spiegazione. Sfortunatamente, né Salkeld né - si pensa - nessun altro è attualmente in grado di calcolare di quale potenza, per "formare" sostanze radioattive da altre, inerti, dovrebbero essere le mostruose scariche elettriche intercorse, in ipotesi, fra la terra ed un altro corpo celeste, nel corso di un "incontro ravvicinato". Dipende, mi sembra, dalla differenza di potenziale fra i due oggetti. E nemmeno siamo al presente in grado di dire se quel fenomeno - non tanto le scariche, quanto le loro conseguenze - si sia effettivamente potuto verificare. Né, tanto meno, quando. O in concomitanza con cosa. Visto che di un simile evento non esiste alcuna memoria storica - e neppure, quanto a questo, leggendaria -, né testimonianza geologica o scientifica d'altro tipo, dovremo accontentarci di supporre che quanto affermato "potrebbe" - chissà quando - essere successo. Ma le prove sono un'altra cosa. Salkeld peraltro non insiste né sull'una né sull'altra teoria, consapevole del fatto che - se mai radioattività c'è stata - al giorno d'oggi non sarebbe ormai più rilevabile: in tutti i casi il normale decadimento avrebbe già da tempo reso qualunque materiale ("caduto" o "formatosi" in un passato così abissalmente lontano) nulla più che un innocuo pezzo di pietra. In molti siti megalitici in Inghilterra (per la precisione, al centro di preistorici cerchi di "pietre erette") si registrano tuttora significative letture di radioattività - di origine ignota -, ovviamente residua rispetto ai valori presumibili all'epoca della costruzione. Indubbiamente erano luoghi sacri e speciali. Ma - e con Salkeld abbiamo finito - viene naturale chiedersi se questa "sacralità" fosse positiva o negativa. In altre parole (per quanto non sia chiaro come, all'epoca, fosse possibile misurare le radiazioni), se quei cerchi venissero eretti come strutture "off limits", segnali della pericolosità di un luogo cui non conveniva avvicinarsi, o per il motivo opposto, facendo salvo in tutti i casi il loro significato magico-astronomico. Salomone era un pozzo di scienza, lo sanno tutti; era di una sapienza e di una saggezza strabilianti; da mezzo mondo tutti i più potenti re della terra venivano a Gerusalemme per consultarlo, per avere lumi. Se lo Shamìr era veramente radioattivo, e quindi gravemente deleterio per la salute, non è pensabile che, conoscendo tali proprietà negative o effetti collaterali indesiderati, fosse così incosciente da portarselo sempre addosso. A quanto pare, invece, il "magico Shamìr" era qualcosa che si poteva - con molta precauzione, e probabilmente riportandone danni non indifferenti - manipolare ed utilizzare almeno per un certo tempo. E allora non era radioattivo. Per un eminente studioso si trattava di una specie di laser primitivo, in cui la luce coerente sarebbe stata prodotta facendola passare per un forellino, ottenuto dallo stampo di un capello di un adulto, oppure da quello del capello di un bambino.
ANIMALE ?  "VERME": Per la verità il midràsh che ne parla, nella raccolta di Ginzberg, dice che "la salamandra e lo Shamìr sono i più mirabili tra i rettili"; ma diversi altri racconti, e anche il dizionario, lo definiscono senza incertezze come "verme".  In ogni caso, trasformare in "rettile" il "verme", o in alternativa il "tarlo" (o altro insetto), sembra proprio l'interpretazione di una interpretazione. (Il termine "insetto", fra l'altro, deriverebbe dall'erronea traduzione del latino "insectator", cioè "tagliatore"). A me pare invece che tale significato possa essere utile solo ad indicare - come nel caso del diamante e dello smeriglio - l'azione meccanica ed un effetto consimile che tali animali potrebbero avere prodotto, ma di sicuro non sugli stessi materiali. Altra ipotesi, secondo la quale il "verme" potrebbe essere assimilabile ad un "serpente", animale mitico di cui le tradizioni religiose e cosmiche traboccano (ad ogni buon conto questa teoria si basa principalmente sul fatto che si dovesse trattare comunque di un essere vivente) e tutta la storia letteraria dell'antico Vicino Oriente - compresa ovviamente quella ebraica - manifesta un forte interesse per il ruolo, spesso simbolico, svolto da molti animali nella vita degli uomini, soprattutto in senso didattico, moralistico e sapienziale. Di questo essere si diceva che il suo sguardo (di un verme? come vedere gli occhi?) facesse morire, così come quello di Medusa faceva impietrire.
VEGETALE ?  "FINOCCHIO":  ipotesi impensabile... non ha proprio niente da spartire con il "magico Shamìr". "PALIURO" (Paliurus) - botanica: Va sotto questo nome una pianta della famiglia delle Ramnacee, che ne comprende sei specie, cinque delle quali però (presenti in Cina e Giappone) non si trovano nei nostri climi. Quello che a noi interessa, poiché cresce in Africa e nell'Europa mediterranea, è il Paliurus spina-Christi, detto anche Paliurus aculeatus Lamarck, o più popolarmente "marruca", che è il nostro biancospino. Viene descritto come un arbusto (ma può raggiungere anche i sei metri di altezza) molto ramoso e spinoso dal legno duro e resistente, con foglie alterne ovate, dotate di due stipole spinose disuguali. Porta fiori piccoli raccolti in cime, e frutti (drupe) con margine alato largo fino a tre centimetri. Il nome "spina di Cristo" deriva dalla credenza che dei suoi rami fosse fatta la "corona" con la quale Gesù fu proclamato "re dei Giudei". E' citato da Teocrito, Strabone, Euripide e Teofrasto. Il profeta Isaia (a differenza di Geremia, Ezechiele e Zaccaria - citati alla nota 13 - i quali quando si riferiscono allo Shamìr intendono sempre qualcosa di "più duro del diamante"), tutte le volte che nomina quello stesso Shamìr, ne parla come di "spini e pruni" o di "rovi e pruni"? E' chiaro che per Isaia non si trattava di un minerale né tanto meno di un animale, ma di una pungentissima pianta, che di sicuro non era il finocchio, ma che poteva essere il Paliurus.
Lo Shamìr e i suoi parenti Oltre agli animali fantastici,  tutti i miti parlano spesso e volentieri di varie piante dalle magiche proprietà, ma è ovvio che, se l'"iniziato" intende conservare il potere che gli deriva dai suoi speciali "filtri" o "pozioni" (d'amore, di morte, di forza o d'immortalità), deve mantenerne segreti non solo i procedimenti di preparazione, ma innanzitutto gli ingredienti, e nella fattispecie le piante che li compongono. Tale era per esempio la misteriosa pianta subacquea che "ha spine come il rovo, come la rosa", trovata da Gilgamesh in fondo all'Abzu (ma in seguito perduta), e che avrebbe dovuto restituirgli la svanita giovinezza. Oppure l'altrettanto enigmatica "pianta del parto" o "della nascita", che avrebbe consentito ad Etana (secondo la "Lista reale Sumerica", tredicesimo re di Kish dopo il Diluvio) di avere finalmente dalla sua sposa un erede, e per cogliere la quale - primo essere umano nella storia - quel sovrano volò fino in cielo sulle ali dell'aquila. Ma moltissime altre sono, nelle leggende, le piante miracolose. Ad esse è associato un qualche volatile, dotato anch'esso di inusuali caratteristiche e spesso di grandi dimensioni. Nel sud dell'Iraq e nell'Iran occidentale, le tradizioni dell'antichissima religione dei mandei, o sabei, parlano appunto del grande uccello Simurgh, che ha profonde conoscenze di saggezza segreta e che possiede un elisir che guarisce tutte le ferite, purifica ogni sostanza, ringiovanisce il corpo, prolunga la vita e rende invulnerabili. Nei miti iraniani quell'elisir viene chiamato col termine avestico di "haoma" ed è prodotto anche qui da una pianta, forse da una liana rampicante della famiglia delle Gnetacee, l'Ephedra, che cresce in cima ai monti o nelle valli più nascoste; ma potrebbe essere stato estratto anche dal fungo Fly-Agarico, allucinogeno usato dagli sciamani da 10.000 anni e letteralmente adorato come un dio (o era, magari più verosimilmente, alcool?). L'"haoma", che fortifica e dà poteri soprannaturali ma ha anche effetti intossicanti, viene custodito, in questa versione, dall'uccello Saena, che lo concede agli dei ed in qualche caso anche agli uomini, ma solo a quelli particolarmente meritevoli.
Per gli indù è invece il mitico Garuda, mezzo gigante e mezzo aquila, che gestisce l'Ambrosia o Amrita, nettare inebriante o "soma" (in sanscrito; corrisponde all'"haoma") importantissimo nei riti della religione vedica, che dà poteri superiori agli dei "asura" e li rende immortali. Pure in questo caso, il "soma" è tratto da una pianta - generalmente identificata con una liana rampicante della famiglia delle Asclepiadacee - che cresce su di un albero, vicino al Monte Elburz dove vivevano gli uomini-uccello, noto solo a questi. E' probabile che alla base di questo mito ci sia una antica origine comune con l'"albero della vita" della Genesi, che avrebbe reso gli uomini onniscienti, immortali e simili agli dèi. Inoltre, in  sud america, ad esempio, sono state ritrovate mura megalitiche fatte con blocchi di dimensioni mostruose messi in opera con precisione millimetrica, inumana. Minute, delicatissime incisioni su pietre di estrema durezza. Oggetti, in pietra altrettanto dura, lavorati come fossero modellati in creta. Senza attrezzi metallici, come voleva Salomone, poiché metalli adatti non ce n'erano.  Una leggenda iraniana senza tempo narra, tra le altre cose, che il re Zal appena nato fu "esposto" dal padre ed allevato - guarda caso - dal "nobile avvoltoio" Simurgh, il quale in questo racconto ricopre anche (in occasione della difficile nascita del figlio di Zal: si parla nientemeno che del primo taglio cesareo della storia) il ruolo di ostetrico, chirurgo e perfino anestesista. Ma ciò che qui più importa è che tanto Zal, una volta salito al trono, che la sua sposa "splendevano" per la presenza di un'"essenza divina", chiamata "farr" o "khvarnah" ("Fortuna del Re" e "Gloria di Dio"), la quale permetteva di scavare le sostanze più dure, forgiare metalli e addirittura conoscere la natura di Dio. Senza di essa, tangibile simbolo dell'investitura celeste, un re non poteva regnare. Sull'altopiano anatolico, a Catal Huyuk (la cui età di almeno 8500 anni è documentata, oltre che dalla datazione al carbonio 14, da un "murale" che rappresenta l'eruzione - avvenuta nel 6200 a.C. - su quella città del vulcano dalle due cime Hasan Dag), una cultura molto progredita, la quale già praticava la metallurgia del rame e del piombo, comparve all'improvviso: sorprendentemente, il minerale più usato, e trattato con notevole perizia tecnologica, era l'ossidiana, che nella "scala delle durezze" di Mohs occupa il settimo posto. Vi pare normale? Ma quel materiale, importato dalle stesse zone, veniva lavorato circa a quell'epoca anche a Gerico dai natufiani proto-neolitici, e ancor prima (fin dal 10.000 a.C.) sui Monti Zagros, a Nimrud Dag, in Armenia, sul Lago Van. La finissima esecuzione di lavori in ossidiana è anche una delle più salienti caratteristiche della cultura che in Cappadocia, a partire dal 9500 a.C., costruì qualcosa come 36 città sotterranee articolate su 18-20 livelli e in grado di ospitare una popolazione da 100.000 a 200.000 anime. Scavate nella viva roccia, le abitazioni (che i locali chiamano "camini delle fate", poiché le credono opera degli "angeli caduti" e tuttora abitate dagli Jinn o dalle Peri ) sono collegate fra loro da una rete di tunnel alti anche più di due metri, e oltre a ciò sono aerate da numerosi condotti di ventilazione, lunghi molti metri e con un diametro medio di 4 centimetri. Scavati come? Ma è soltanto qualche millennio più tardi, quando improvvisa poco dopo il 4000 a.C. esplose la grande civiltà del "Paese fra i due fiumi", seguìta dappresso da quella egizia, che ebbe inizio in questa parte del mondo allora conosciuto quella straordinaria produzione di oggetti d'uso ma più che altro di opere d'arte in pietra, che ci lascia tuttora ammirati, ma anche perplessi e sconcertati per la sua incredibile accuratezza in rapporto agli utensili (o almeno a quelli a noi noti) di cui si presume l'impiego. Si tratta di  incisioni - figure e scritte - delle dimensioni massime di un paio di centimetri, eseguite sul quarzo (durezza 7), sul diaspro (idem), sull'onice di pietre da sigillo o da ornamento, in gran parte riportate alla luce dagli scavi in Mesopotamia e in Egitto: iscrizioni il cui spessore a volte non supera 0,16 millimetri. Mentre ci è difficile persino raffigurarci la misura e l'aspetto del morsetto che necessariamente doveva tenerle ferme durante il lavoro del bulino, è stato calcolato che quelle pietre debbono essere state lavorate con punte resistentissime da mm 0,12. Di che materiale? E di che materiale erano fatti gli strumenti con i quali venne scolpita la statua in diorite di Gudea di Lagash, che ha più di 4000 anni? O la stele famosa del Codice di Hammurabi, di poco posteriore, dove il basalto nero è tutto coperto da una minutissima e nettissima scrittura cuneiforme che pare impressa nell'argilla o nella cera? Tutti questi manufatti e infiniti altri - meravigliosi nell'aspetto e di fattura perfetta - sembrano eseguiti con la massima facilità, come se la solida pietra fosse stata semplicemente plasmata, e non violentemente colpita con rozzi attrezzi primitivi, tenacemente scavata, levigata e lucidata per un tempo interminabile. Parrebbe che quei materiali avessero subìto una lenta, silenziosa dissoluzione chimica, piuttosto che l'aggressione di un impatto meccanico. Un testo specifico ("Le pietre magiche", di Santini De Riols) ci dice che per lavorare queste pietre destinate al culto veniva usato un "punteruolo consacrato"; ma non riesco davvero a immaginare di che tipo di attrezzo si trattasse. L'unico modo conosciuto per intervenire su materie di quella durezza è quello di scalfirle - con santa pazienza oppure, al giorno d'oggi, utilizzando altissime velocità di rotazione - con un arnese di forma adatta, fatto di qualcosa di ancora più duro. Ma non esistono molte sostanze più dure di quelle sopra citate, anzi non ne esiste alcuna tranne il diamante che le vince tutte, ma che però a quel tempo non veniva ancora normalmente impiegato. La Bibbia in alcune delle diverse versioni che riportano l'elenco delle gemme del pettorale di Aronne cita, è vero, anche il "diamante", ma la cosa è fortemente improbabile per vari motivi: benché ritenuta anch'essa carica di energie misteriose, questa pietra non era usata innanzi tutto perché la tecnica non aveva fino ad allora raggiunto (e non l'avrebbe fatto per un lunghissimo tempo ancora) il livello indispensabile per saperla tagliare; in secondo luogo, le pietre colorate piacevano molto di più del cristallino e incolore diamante, che dà ben poca soddisfazione all'occhio a meno che non sia adeguatamente sfaccettato. E comunque, stiamo parlando del diamante non in quanto pietra ornamentale, bensì di un suo eventuale uso come strumento di lavoro: per cui, anche in questo caso, valgono le considerazioni di alto costo e di difficile reperibilità già sopra esposte. Tanto più se l'oggetto da lavorare era di grandi o magari grandissime dimensioni. L'ingegner Pincherle, che di queste cose se ne intende, afferma invece che su quelle opere sono visibili i segni dello scalpello, che doveva essere di ottimo acciaio (strumenti in rame oppure in bronzo, qualora non si fossero sbriciolati sotto la pressione e l'attrito, avrebbero immediatamente "perso il taglio", e avrebbero dovuto essere continuamente riparati ed affilati).  Eppure al tempo di cui si parla non solamente non esisteva ancora niente di paragonabile a "un ottimo acciaio", ma il ferro stesso (per quanto riguarda attrezzi ed utensili) era ben di là da venire. Gli unici metalli a quell'epoca disponibili, per quel che troviamo scritto e per quanto l'archeologia ci ha restituito, erano tutti metalli teneri (rame, argento, oro, piombo, stagno, o - nella migliore delle ipotesi - rame martellato e leghe di bronzo), inadatti alle lavorazioni richieste. Ergo, a questo interrogativo tecnico non c'è risposta. E anzi, dobbiamo per di più retrodatare questo mistero ad epoche anche più remote, dato che a quanto pare le prime statue in diorite, eseguite da quelli che erano i migliori tagliatori di quei tempi, cioè gli ioni e i sardiani, risalgono all'epoca di Sargon il Grande di Accad, attorno al 2350 a.C. Che è poi, almeno secondo la cronologia ufficiale, più o meno il periodo in cui in Egitto furono erette le piramidi. Ma qui la datazione d'inizio di questo tipo di lavorazione sprofonda ancor più nel passato. Perché le cose più mirabolanti le troviamo, fin dai primordi stessi di quella civiltà, proprio nell'antico paese del Nilo: una terra dove, a differenza di Sumer o Babilonia, abbondano sia le pietre preziose che, precipuamente, quelle da opera. "Civiltà della pietra", la chiamano anche infatti. Dai siti di "Naqada" dell'oscuro e lontanissimo periodo predinastico (cultura gerzeana, 3500-3100 a.C.), dalle principesche tombe protodinastiche di Abidos, dai sotterranei della piramide di Zoser a Saqqara sono tornati alla luce quantitativi incredibili (più di 30.000 esemplari solo in quest'ultimo sito) di stupendo vasellame - integro o in pezzi - di svariatissimo disegno, e innumerevoli altri articoli, in ogni sorta di materiale litico. Non solo i più trattabili alabastro, ardesia, scisto o calcare, ma diorite, quarzite, granito (minerale anche in seguito molto amato in Egitto), basalto e loro varietà. I vasi, le coppe e tutti gli altri recipienti rinvenuti, pezzi di grande raffinatezza, con pareti dallo spessore minimo, simmetrici, rifiniti e levigati in maniera ineccepibile, sembrano lavorati al tornio: cosa che si ritiene decisamente impossibile. Molte delle anfore - scavate ed a volte perfino incise all'interno non si capisce come - hanno un collo sottilissimo, elegantemente allungato, e un'imboccatura così stretta che non ci passa nemmeno un dito. Fra i reperti datati al periodo più antico c'è anche una lente di cristallo, talmente perfetta che sembra molata meccanicamente. Il più antico nome di un sovrano ritrovato a Saqqara è quello di Narmer, che fu forse Menes, il leggendario unificatore dei due regni del Basso e dell'Alto Egitto: è inciso su di una coppa di porfido (avete presente il porfido? ci si fanno le pavimentazioni stradali). E di lì in poi - sparse ovunque - decine di migliaia di oggetti piccoli e grandi di tutte le specie, di statue, obelischi (alti fino a 73 metri, dice Plinio), stele, e centinaia di migliaia, anzi milioni di blocchi da costruzione e di rocchi di colonne, e chilometri quadrati di bassorilievi incisi, scolpiti, di geroglifici iscritti su quelle durissime rocce.  La tradizione, in effetti, afferma che i "sapienti" egiziani avevano messa a punto (a meno che non l'avessero ereditata o importata da qualche altra zona geografica) una speciale "mistura vegetale" in grado di disgregare superficialmente qualunque - sia pur durissima - roccia o pietra e di trasformarla in una sorta di malleabile pasta (quella sì, lavorabile con i normali strumenti in rame o in bronzo) la quale, una volta evaporato quella specie di "solvente", si sarebbe ricompattata rendendo all'oggetto l'aspetto e la consistenza originari. Molti dei rilievi successivi, rinunciando a qualsiasi pretesa di profondità, mostrano soltanto una grossolana incisione tutto attorno alle figure le quali, appena vagamente arrotondate ai margini, non emergono per niente dal fondo del quale sono allo stesso livello, per cui tecnicamente non si potrebbero nemmeno più chiamare bassorilievi.  Tutti sanno che la Grande Piramide, per citare solo quella, è stata costruita a secco, e che i blocchi che la compongono non sono legati con malta. E' stato trovato però, fra un corso e l'altro dei blocchi e pure tra le giunzioni verticali, un sottilissimo strato di materiale inidentificato, del quale si sa tuttavia che contiene residui vegetali. Era forse quel misterioso "solvente" che, consumando e livellando la superficie irregolare delle pietre, ne consentiva la perfetta sovrapposizione, agendo inoltre quasi come un collante?  In tal caso, quanto maggiore era il peso delle pietre sovrapposte, tanto più coerente e solida sarebbe riuscita la costruzione, per via della pressione esercitata che - con l'aiuto della reazione chimica - avrebbe fatto combaciare e, per così dire, cementato assieme quei massi semplicemente appoggiati l'uno sull'altro (come si sa, il peso medio dei blocchi di calcare della Grande Piramide è di circa 2,5 tonnellate, per non parlare di quelli granitici - il cui peso arriva forse a 200 tonnellate - della struttura interna, per la quale rimando agli studi di Pincherle). Usando quel materiale, inoltre, sarebbero stati ben più agevoli di quanto si pensi l'estrazione ed il taglio dei blocchi in cava: un problema al quale tuttora non abbiamo saputo dare spiegazioni davvero esaurienti. Dopo il periodo di splendore della costruzione delle grandi piramidi in pietra, tutto quel che di "piramidale" ci rimane delle epoche più tarde sono soltanto dei miserabili e informi mucchi di mattoni semicrudi, che piano piano finiscono di disfarsi in polvere sotto lo spietato sole del deserto? Come a Nippur, come a Ur, regni di argilla.  Tra le sabbie della piana di Giza sono stati trovati sia fori cilindrici in blocchi di granito che "carote" della stessa pietra (ma non sappiamo se corrispondente a quella del "sarcofago"), che sono state analizzate dal tecnico utensilista Christopher Dunn: all'indagine microscopica questi pezzi mostrano un doppio solco elicoidale eseguito con un trapano - o sega tubolare - che procedeva nella roccia con una velocità di penetrazione media di 2,5 millimetri ad ogni rotazione. Si tenga presente che un trapano moderno, che utilizza le tecnologie ed i materiali più avanzati, compie 900 giri al minuto e penetra nel granito ad una velocità di mm 0,05 per ogni giro. Il che vorrebbe dire che i trapani egizi di 4500 anni fa lavoravano a velocità qualche centinaio di volte superiori rispetto a quelle dei trapani attuali. Mossi da quale energia? Dunn è convinto che la risposta si trovi nell'uso di sconosciuti (e perduti) strumenti a ultrasuoni, che utilizzavano vibrazioni ad alta frequenza. Dallo Yucatan a Tula, dall'Ecuador al Titicaca, molte culture precolombiane forniscono spettacolari esempi di scultura ed architettura nei quali sono presenti le stesse caratteristiche: produzione di manufatti realizzati, in pietra, senza nessun uso di strumenti metallici, quasi fossero stati plasmati nell'argilla. Piuttosto che di oggetti di dimensioni contenute - ma pure le statue e gli splendidi rilievi maya, olmechi, toltechi, aztechi, preincaici e inca, come le enigmatiche andesiti incise, le cosiddette "pietre di Ica", fanno parte dello stesso mistero - si tratta qui però prevalentemente ( impressionanti monumenti del Perù) di costruzioni megalitiche, edificate con blocchi di granito che  sarebbe stato impossibile assemblare con qualunque altro metodo. Uso di frequenze ultrasoniche per estrarre, trasportare e sollevare massi del peso di varie decine e in qualche caso persino di alcune centinaia di tonnellate (vedi anche le strutture egizie, siriane ed altre)? Le stupende, perfette mura di Sacsayhuaman, di Ollantaytambo, di Cuzco, di Machu Picchu, collimando in maniera così perfetta che, come si sa, nelle commessure non c'è spazio "nemmeno per un foglio di carta". Un lavoro del genere in teoria richiederebbe infinite misurazioni, tentativi, prove: cosa impensabile considerandone il peso e il fatto che furono messi in opera senza l'uso di animali da lavoro, né di ruote per argani . Sembrano invece, quelle pietre (la cui forma non squadrata è la migliore dimostrazione della grande padronanza delle tecniche antisismiche usate), fuse insieme da una qualche forza misteriosa, schiacciate e compattate dal loro stesso peso l'una contro e sull'altra a mo'di enormi cuscini fino a riempire ogni spazio e interstizio fra loro, come se invece che dure rocce fossero ammassi di morbida mota. O trattate, appunto, con una sostanza corrosiva che ne "condizionò" le superfici di contatto, se non la struttura stessa. Impressione che deriva pure dalla loro faccia esterna, sempre come leggermente "gonfia", arrotondata, liscia come se fosse stata rifinita semplicemente raschiando via tutte le asperità insieme al materiale in eccesso.  L'esploratore Percy Fawcett, in un passo di "Operazione Fawcett" dice infatti che gli inca, ereditando le fortezze e le città edificate dalla razza che li aveva preceduti, le restaurarono servendosi delle medesime tecniche costruttive (e cioè di quel "solvente"). E racconta poi un episodio in cui un esperto minerario statunitense, che lavorava nelle Ande del Perù centrale a 4.500 metri di altezza, trovò in una tomba preincaica una giara di terracotta ancora piena di liquido. Quel liquido, versato incidentalmente su di una roccia, dopo circa dieci minuti ne era stato assorbito, "e la roccia era diventata molle come cemento bagnato, come se la pietra si fosse sciolta a guisa di cera sotto l'effetto del caldo". L'archeologa Mirella Rostaing, dal canto suo, ne "I misteri dei mondi" riporta una conversazione da lei avuta con uno sciamano nei pressi del lago Titicaca a proposito di un tipico cespuglio locale detto "ghacre ". La pianta, che somigliava ad un "rampicante orizzontale" e che manipolata diveniva molliccia e appiccicosa, aveva corroso come un acido buona parte degli stivali dell'archeologa, che ci aveva camminato in mezzo.
tratto da: Episteme N. 6 - Parte I - Giano Bifronte  La vera natura del "magico Shamìr" (di Lia Mangolini)


...la libertà non può essere un investimento. La libertà è un'avventura senza fine, in cui rischiamo la nostra vita e molto più per pochi istanti di qualcosa al di là delle parole, al di là dei pensieri o dei sentimenti.Don Juan Matus, L'Arte di Sognare